L’abbibbia romanesca del Belli e la Ninna nanna di Trilussa

Tra gli oltre duemila sonetti che Giuseppe Gioachino Belli ci ha lasciato ce n’è una serie raggruppata dalla critica contemporanea sotto un’unica egida: le Sacre scritture riviste dal poeta romanesco. Nella sua opera omnia, questi componimenti sono confusi, quasi sempre sparsi in una distribuzione governata dall’ordine cronologico; invece, i più attenti studiosi li hanno rintracciati e messi insieme per argomento (pubblicandoli anche separatamente per i tipi di Einaudi).

Massimo Verdastro, veterano dell’antica letteratura capitolina, ne ha ricavato un recital dal titolo L’angeli ribbelli, locuzione che, oltre a contenere il nome di cotanto autore, sintetizza la visione con la quale furono scritti i versi: un realismo che smitizza ogni tentativo di simbolismo ecclesiastico, addirittura quasi blasfemo, pur se i sonetti sono costruiti su una profonda conoscenza dell’argomento sacro. Gli episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento, tra lo sguardo divertito dell’osservatore e un sentimento tragico della vita, si avvicendano come in un passaparola popolare.

Al Vascello, per una sola serata, si «passeggia» in una Roma d’inizio Ottocento dove Adamo, Noé, Abramo e tanti altri, fino a Gesù Cristo, sembrano andare a braccetto con quegli «angeli ribbelli» che furono gli abitanti di Tor di Nona e del Parione e soprattutto di Trastevere. Accompagnati dagli endecasillabi del Belli, si scopre che tutti «noi / semo monnezza che nascemo a caso», perché dopo il peccato originale pare che Dio abbia detto ai futuri uomini «siete fottuti», scaricando ogni responsabilità sulla decisione di eventuali punizioni. Sì, perché quel popolo, irrispettoso delle vicende sacre e finanche del papa, aveva il terrore soltanto per Mastro Titta, il boia, personaggio a cui anche la Giuditta dei sonetti s’è ispirata per tagliare la testa al povero Oloferne. E pure «la santissima Vergin’Annunziata / inteso ch’ebbe partorito / si diede moto de pijà marito…», non pensando «ch’ar vecchierello / accant’a quer pezzetto de paciocca / j’arifiorì la punta ar bastoncello».

La grande ironia del Belli è l’eco dell’animo spregiudicato di un popolo cinico e beffardo a cui, in scena, fa da contraltare la voce di un Dio onnipresente che vive grazie alle sonorità di Giovanni Canale, il quale segue continuamente, con sensibilità e accortezza, la poesia del Belli e la recitazione di Verdastro, evocando con affascinanti percussioni un immaginario paradiso tra suoni, tintinnii e rimbombi che restituiscono l’illusione di una volta celestiale dove, proprio «oggi che l’odio è quasi obbrigatorio», ci si potrebbe rintanare per allontanarsi da «tante infamie e tanti guai / che succedono ner monno / fra le spade e li fucili / de li popoli civili». Sono le parole di Trilussa contro la guerra, versi che chiudono la piacevolissima serata.

L’angeli ribbelli  dai «sonetti biblici» di Giuseppe Gioachino Belli alla poesia di Trilussa. Con Massimo Verdastro, e la partecipazione di Giovanni Canale. Teatro Vascello, 16 gennaio.

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