La serie “Noi” dà risposte alle diversità umane

 di Giulia Pernaselci

 

Noi è la serie prodotta da Cattleya, andata in onda su Rai 1 in dodici episodi a partire dal 6 marzo 2022. Il rischio di uscirne svantaggiata dal confronto con l’originale This is Us di Dan Fogelman, era alto. Un rischio che però è venuto meno, dato che chi già la conosceva è stato messo nelle condizioni di apprezzare il romantico tradizionalismo di una famiglia italiana, i Peirò, incontrando affinità con l’americana famiglia Pearson. Lo straordinario lavoro che ha fatto il regista Luca Ribuoli, dimostra come nuclei familiari di continenti culturalmente distanti possano avere tanto in comune. Parallelismo che si qualifica a pieni titoli un significato aggiunto per il remake.

Noi percorre le orme che conducono sulla via casa, approfondendo tematiche che sarebbero potute facilmente incappare nell’esibizione di perfezionismi poco leali con la natura dei rapporti fra gli esseri umani, ma il suo pregio, è la fiera visibilità che da alle debolezze che questi avvertono. I difetti dei personaggi si sviluppano in prove da superare, da cui ci si sottrae una volta affrontate, non a priori. Perdersi e ritrovarsi sono facce della stessa medaglia, a conforto che mettere su famiglia vuol dire mettersi in discussione individualmente.

Il nascere di un coinvolgimento va via via amplificandosi a suon di “Mille stelle” la colonna sonora firmata da Nada e Andrea Farri. La musica si prende di nuovo la scena con “Ancora” di Mina e “Napule è” di Pino Daniele, introducendo teneramente una maternità, che finalmente non vuole mostrarsi solo nel lato migliore.

Si accendono i riflettori sulla perdita di uno dei gemelli e gli sbalzi d’umore di Rebecca, Aurora Ruffino ne coglie le alterazioni con una grazia ineccepibile. Le fa testa il temperamento ottimista di Pietro, Lino Guanciale, sull’attenti nel divincolarsi fra la razionalità e la bontà a cui spesso cede. L’uomo realizza il sogno di avere dei bambini, che con dignità non viene attribuito alla figura femminile.

Fantastici tre figli: Claudio, Dario Aita, puntualmente solare, il tipico ragazzo della porta accanto, terribilmente confuso in amore e nella carriera di attore di tv e poi di teatro. La sorella Cate, Claudia Marsicano, grandiosa e istruttiva nell’imparare ad arginare un complesso di inferiorità dettato dall’obesità che fin da ragazzina l’ha relegata in spettatrice scontenta del suo corpo. Daniele, Livio Kone, preso in adozione dalla coppia. Egli è di colore e nel rincorrere le proprie origini, cresce con vuoti da colmare e pezzi mancanti, che, con grinta da vendere, si preoccupa di cercare. Bella interpretazione che fa della diversità un moto per la rivalsa, non obbligandola a rimanere una limitazione di contorno.

Ottima l’operazione dei casting anche per quanto riguarda gli ulteriori ruoli.
Teo, Leonardo Lidi e BettaAngela Ciaburri, il compagno di Cate e la moglie di Daniele, bravissimi nell’ascoltare, rassicurare, non demordere. Portano sulle spalle il peso doppio dell’abbandono paterno dei partner. In uno dei momenti più forti si fa tesoro della radicata saggezza del padre biologico di Daniele, Mimmo, Timothy Martin, che sfama con parole deliziose il risentimento verso ciò che più spaventa, la morte. Quando un tumore lo stroncherà sarà lui a chiudere il cerchio degli sbagli commessi in un passato che a volte perdona.

O ancora, colei che fa conoscenza con Claudio, Chiara, Liliana Fiorelli, prorompente nell’esternare l’estrema ambiguità di una personalità irrisolta, che, a differenza delle altre, incanala un’inquietudine da cui non trapela nessun pretesto. E’ incapace di tenere a freno l’ego che, riempiendo lo schermo, rapisce tutti. Nell’ultima puntata si getta di dosso la presunzione. Ci si chiede se non sia troppo tardi, di lezione per i più ribelli, o forse in linea con il finale aperto, l’inizio di un percorso evolutivo che avverrà in una seconda stagione.

Suggestiva è la sceneggiatura curata da Sandro Petraglia, Flaminia Gressi e Michela Straniero. Dei flashback muovono connessioni di pura intuizione fra gli anni ’80 e il corso attuale della storia, presentando il quadro su cui si ritrae l’arco della vita dei protagonisti. Le persone che si sono commosse lo sanno bene, che essere piccoli, adolescenti, adulti o anziani non per forza allude al sentirsi rispettivamente ingenui, smarriti, maturi o malinconici. L’insegnamento smisurato è che tutto sta nell’accogliere il fondersi delle attitudini che convivono dentro di noi.

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