La prima retrospettiva internazionale sull’iperrealismo a Roma: “Sembra vivo!”

“Vale la pena approfondire qualsiasi tema che sia considerato spinoso!” Questo è lo spirito con cui Brian Booth Craig approccia lo studio del fisico umano, in particolare quello femminile. Lo racconta a Quarta Parete, accanto a una sua scultura in bronzo: una bellissima donna, in formato naturale. Un nudo impressionante capace di esprimere la sensualità femminile con garbo e eleganza, frutto di una evidente sensibilità e di una rara cultura del rispetto. “È importante il rispetto della donna e del suo corpo, anche perché il corpo è il limite tra l’interiorità e l’esteriorità. Così come la donna è il confine tra la vita e la morte, per il grande potere che ha: quello di riproduzione.” La giovane tiene in una mano un piccolo uccellino, nell’altra un serpente: dei simboli. “ I simboli sono aperti alle interpretazioni: la poesia e il primitivo, lo spirituale e il terreno… Ma il vero simbolo è lei. È un’amica che ho sognato e che ho cercato di riprodurre nel modo più fedele…” continua a raccontare l’artista americano, spiegando come un corpo nella sua dimensione spazio temporale, può diventare linguaggio. Un linguaggio che emoziona e che testimonia l’urgenza dell’arte di trovare soluzioni davanti a tante distorsioni.

Ordinary Man di Zharko Basheski

È il fil rouge delle 43 installazioni di 29 autori di tutto il mondo, esposte a Palazzo Bonaparte di Roma, fino all’8 ottobre: “Sembra Vivo!”, mostra ideata dall’Institut fur Kulturaustausch, prodotta e organizzata da Arthemisia. Una carrellata di sculture di artisti contemporanei aderenti alla corrente dell’iperrealismo.  A partire dagli anni ’70, di fronte alla globalizzazione, all’alterazione della realtà e allo stravolgimento del vero, l’artista alla ricerca di una sua identità, ha necessità di imporsi una riflessione sulla sua natura. Di astrarsi da quel quotidiano per documentare cosa è reale. Per poi andare oltre, fino al surreale, onirico, ironico, o cinico.

Ecco allora il concettuale Maurizio Cattelan con Comedian, la celebre banana, o l’inquietante Ave Maria. E ancora con il visionario Ghosts, folla di piccioni in tassidermia (una tecnica vicina all’imbalsamazione) in una stanza tutti assieme, moltiplicati dalle pareti specchiate. All’occhio del visitatore più attento, sono una presenza continua, sparsi sui cornicioni di tutte le sale.

E Maximilian Letze, curatore della mostra assieme a Nicolas Ballario, la definisce “una mostra democratica e toccante: il valore speciale sta nell’accessibilità e nella capacità di emozionare anche chi non conosce la storia dell’arte.” Pronto a porre l’accento sulle tecniche: su quanto questa esposizione racconti anche dell’evoluzione dei materiali, del loro utilizzo nell’arco degli anni, e di quanto lo studio sia fondamentale per questo movimento di artisti.

Ne è un valido esempio Valter Adam Casotto, che qui espone le sue sezioni di corpo ingigantite, arricchite da piccoli disegni colorati. Focalizza l’attenzione su un elemento singolo, con un cambio di scala che spesso disorienta. La tecnica mutuata dal cinema, mondo in cui Casotto ha lavorato, gli ha permesso di arrivare a un effetto realistico davvero impressionante. Lo racconta lui stesso: “gli effetti speciali mi hanno fornito tutte le capacità tecniche… molti altri artisti hanno fatto questo percorso. Il silicone riesce a trasmettere meglio l’idea dell’incarnato e la consistenza della pelle. Moltissimi gli strati di colore per dare più realismo. E i disegni poi sono veri e propri tatuaggi. Sono la riproduzione degli schizzi che facevo a quattro anni, che mia madre ha conservato. Sono il frutto di uno studio su cosa siamo e cosa rimane di noi al di là del tempo.”

Executioner di Brian Booth Craig

Insomma due piani di continui spunti per stupirci tra le opere che si confondono con i manichini moderni che l’allestimento ha voluto in tutto il percorso, per riflettere anche sul significato di arte.

Teatro Roma
Elena Salvati

Ordinary Life

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