di Erica Bagatella

  

Al teatro Stanze Segrete è andato in scena dal 30 novembre al 5 dicembre 2021 La Maschera del silenzio, tratto da Persona di Ingmar Bergman con Alessia De Bortoli, Gabriele Guerra e Desiree Tortorici, adattamento e regia di Luca Gaeta.

Due sole file di sedie in una piccola stanza per entrare nell’intimità di questo dramma psicologico che va a scavare nella mente di due donne. Sul palco troviamo Alma ed Elisabeth. La prima è una famosa attrice di teatro che ha subito un crollo psicologico ed è caduta nel silenzio durante una produzione, invece, Alma è l’infermiera a lei assegnata. La dottoressa che la supervisiona ha un’idea audace: presterà a Elisabeth la sua bella casa estiva sulla spiaggia per la durata della sua convalescenza, e Alma andrà a vivere con lei.

Un lungo viaggio che ci porta dentro la psiche delle protagoniste. Alcuni dei tratti caratteristici della poetica di Bergman, in fondo, erano proprio questi: l’indagine dell’animo umano, la solitudine, l’incomunicabilità e la difficoltà di essere compresi fino in fondo dagli altri. Sarà una straordinaria inversione della “talk terapia”. Lontano dall’essere persuasa ad uscire dal suo silenzio, Elisabeth rimane completamente muta, ed è Alma che comincia a parlare. All’inizio nel tentativo di far aprire Elisabeth, ma poi scopre che si tratta della sua necessaria catarsi personale. Alma racconta a Elisabeth i problemi e le crisi della sua vita, mentre Elisabeth rimane enigmaticamente, anche se eloquentemente, in silenzio.

Questa convivenza porterà le due donne, così ben definite e distinte all’inizio, come si vede dai vestiti, dai capelli, dal modo di comportarsi e rapportarsi, a unirsi e confondersi l’una nell’altra finché nemmeno loro stesse riusciranno più a riconoscersi. La loro intimità diventa una specie di duello, ma anche una specie di fusione. Stanno sognando l’una l’esistenza dell’altra?

Poco dopo l’inizio si capisce che l’intento di Gaeta non era quello di limitarsi a portare Persona a teatro, ma di capire come mai questo film fu così importante per il regista. Infatti, in scena non troviamo solo le due donne, ma troviamo Bergman stesso. L’uomo segue le attrici con una telecamera durante tutto lo spettacolo, dà direttive, suggerimenti su come interpretare ogni scena, su come mettere le luci, la musica, su cosa cosa devono provare le due donne e come si devono comportare. Praticamente vediamo Bergman dirigere il film, i dubbi per le diverse scene, le motivazioni più profonde dietro ogni scelta, dalle attrici, alla storia, ai dialoghi.

Capiamo così che La Maschera del Silenzio non è l’adattamento di Persona e le protagoniste non sono Alma e Elisabeth. Il vero protagonista è Bergman. Viene analizzata la spinta vitale che lo ha portato a scrivere la sceneggiatura, vengono svelati ricordi e pulsioni che lo portano a rappresentare le donne in un determinato modo, a scegliere certe ambientazioni. Traspare quanto fosse innamorato delle due donne, ogni tanto risultando quasi inappropriato, avvicinandosi ossessivamente a loro e toccandole quasi volesse possederle. Eccitato da loro, dalla loro performance e dalla realizzazione dell’opera stessa. Ansimante e appassionato lo vediamo intento nella realizzazione del film che gli ha salvato la vita.

Gli attori portavano il peso di doversi confrontare con performance di altissimo livello, ciò nonostante, se la sono cavata egregiamente, ognuno di loro ben impostato nei complessi personaggi della play teatrale.

Luca Gaeta è stato piuttosto coraggioso nell’adattare uno dei film più sperimentali di Bergman, un film fatto di primi piani, di sussurri, di immagini metacinografiche e sequenze surreali. La messa in scena era piuttosto interessante e convincente attraverso l’utilizzo di tende semitrasparenti che non ci permettevano di entrare nell’intimità della scena come e quando avremmo voluto. Inoltre, il gioco di specchi nella sala che moltiplica gli attori sul palco.

Insomma, un’impresa non facile ma ben riuscita che dona nuove sfumature a uno dei film che ha fatto storia.

 

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