Riceviamo e pubblichiamo da Sabrina Sabatino 

Un gioco raffinato sull’arbitrarietà del desiderio amoroso.

Un grande tavolo divide orizzontalmente il palco. Entrano in fila gli attori, si dispongono sul lato destro. Abbandonano ben presto le maschere veneziane che hanno portato con sé, segnando simbolicamente l’avvento di un nuovo teatro con la fine della commedia dell’arte. Una luce fioca sprigionata da candele e lampadine fa risaltare il cerone sul loro volto. Alle loro spalle un appendiabiti con costumi di repertorio d’antan riconduce immediatamente la scena a un’ambientazione settecentesca, pura e stilizzata, nel suo candido biancore. I due attori principali (Mariangela Granelli e Fabio Marchisio), però, restano seduti ancora per un po’ in fondo alla scena: per loro non è ancora arrivato il momento di diventare i personaggi della nota commedia amorosa. Pochi elementi per comprendere dai primi istanti che le carte di questa nuova Locandiera sono già tutte lì, sparse sul tavolo, fulcro della rappresentazione (scene e costumi sono di Margherita Baldoni).

Per chi conosce l’intrigo, la prima domanda a farsi subito è: ce la farà anche stavolta l’astuta Mirandolina a conquistare il cuore di un incallito misogino? E, subito dopo, ce la farà questa compagnia a rendere omaggio a un classico della nostra letteratura, riuscendo ad attivare negli spettatori nuovi significati e riflessioni legate all’opera di Goldoni? Maschile e femminile, desiderio amoroso e parola data, promesse e rivelazioni, necessità e virtù, aristocrazia e denaro: sono questi gli estremi all’interno dei quali il testo della Locandiera ha sedimentato, nelle nostre reminiscenze di studenti e poi nell’abitudine di noi spettatori, un sostrato culturale che rende il confronto con il classico goldoniano un’esperienza da rinnovare ogni volta con piacere, per cogliere all’interno di ciascuna messinscena una precisa intenzione registica. Ebbene, una sfida riuscita quest’ultima per il regista Andrea Chiodi che nell’incontro con la compagnia milanese Proxima Res dona una patina moderna e brillante alla pièce, inframmezzando lo svolgimento della vicenda alla lettura dei Memoires messi su carta dallo scrittore nel 1787.

Così comincia lo spettacolo, in questo flash di straniamento, stabilendo un nesso con la visione di Goldoni e il suo rapporto con i jeux d’enfantsche la finzione dichiarata si mostra anticonvenzionale, atipica e originale rispetto alle canoniche messinscene del testo. Il primo a prendere la parola è Tindaro Granata: a pochi minuti dall’inizio, toglie la parrucca impagliata del suo personaggio, il decaduto Marchese di Forlipopoli, e inizia a leggere le parole di Goldoni. Come in un passaggio di testimone, recita: “Non v’è commedia più utile, istruttiva e dotata di senso morale della Locandiera”e intanto muove – come faranno dopo di lui a turno gli altri personaggi – le bambole di legno sul tavolo, una per ogni personaggio, annunciando ciò che di lì a poco accadrà nella scena successiva: il diverbio tra l’isterico Marchese e il pomposo Conte d’Alba Fiorita, un mercante arricchito (interpretato, peraltro, da una convincente Caterina Carpio) in combutta tra loro per guadagnarsi con espedienti vari, quattrini o regali, l’amore della scaltra e cinica locandiera in quel di Firenze. Nel ruolo di Mirandolina l’attrice Mariangela Granelli, un corrispettivo femminile del Don Giovanni letterario (scrive Chiodi nelle sue note di regia), in un’interpretazione severa e lusinghiera, misurata con accortezza in ogni singola battuta. Si percepisce dalla sinergia, dal ritmo e dall’efficacia espressiva dei dialoghi l’esperienza degli interpreti nel fare squadra e divertire il pubblico, catturato in particolare dal carisma e dal risvolto comico dei lazzi di Tindaro Granata.

È intorno al tavolo, tra guizzi e a parte tipici dello stile di Goldoni, che si delinea la complessità di questo poligono amoroso: conte e marchese inseguono Mirandolina che, tuttavia, sceglie di innamorarsi dell’unico avventore che non la corteggia, il Cavaliere di Ripafratta (Fabio Marchisio), sebbene sia stata già promessa in matrimonio per volere del suo defunto padre a Fabrizio, servo della locanda, interpretato dall’attrice Caterina Filograno (di nuovo in coppia con Caterina Carpio nella parte delle commedianti Ortensia e Dejanira) e che alla fine dei travestimenti acconsentirà a sposare in un monologo finale rotto dal pianto.

La debolezza in amore è una questione di genere? Un dubbio che la vivacità drammaturgica della scrittura di Goldoni va dissipando sin dalle prime battute grazie a un gioco di forze, leggero e raffinatissimo in quest’adattamento, che si realizza tra categorie opposte: donne che per il timore di mostrarsi deboli scelgono di resistere al proprio desiderio amoroso, uomini che per paura di soffrire a causa delle donne vi rinunciano per partito preso, ammaliatrici per denaro che si divertono a ingannare il caso fingendo di nobildonne, aristocratici effeminati che per fuggire alla noia della propria condizione si lasciano inevitabilmente trascinare nell’ingarbugliato cerchio di scommesse e corrispondenze amorose. È questo variegato catalogo di personaggi che potrebbe abitare le società di ogni tempo a conferire alla commedia un marchio universale, componente che potrebbe dare del filo da torcere a un gruppo teatrale meno affiatato ma che in questa sera di gennaio scorre, come in poche altre occasioni, piacevole e assolutamente bien faite.

Spettacolo andato in scena  al Teatro Vascello dal 28 gennaio al 2 febbraio

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