La guerra di un’umanità all’ultimo sospiro

Così l’opera di Kraus diventa una tragedia finalmente rappresentabile

Farò uno sforzo, e di quella edizione del 1990 al Lingotto, non ne parlerò, anche se – lo ammetto – la tentazione è forte, ma non sarebbe corretto. Tuttavia, l’istinto sospinge la memoria a quello spettacolo non certo per fare degli improbabili paragoni, ma per mera nostalgia di quell’epoca, quando si criticavano perfino gli allestimenti di Luca Ronconi. Gli ultimi giorni dell’umanità, per la regia di Gianni Leonetti, in scena all’Arcobaleno fino al 19 novembre è, ovviamente, tutto un altro esperimento, forse – nel senso classico – più teatrale, forse meno coraggioso; ma è pur vero che con questi più e questi meno non si esprime nulla di concreto. La tragedia satirica di Karl Kraus, scritta in cinque atti con preludio ed epilogo, se dopo la mastodontica impresa ronconiana restava irrappresentabile, ora con Leonetti che l’ha smontata e rimontata secondo la sua lettura, è stata finalmente adattata per il palcoscenico. E, di questo, dobbiamo dargliene atto.

Il primo a definire l’opera irrappresentabile fu proprio l’autore che ultimò le bozze da pubblicare nel 1922, dopo sette anni di scrittura cominciata al termine della Grande guerra. Eppure in teatro ogni cosa è possibile, basta trovare il modo. Leonetti ci è riuscito, prima di tutto sfoltendo il testo e riducendolo ad un atto di circa 75 minuti, sacrificando molti argomenti, molti particolari, alcuni dei quali anche ripetitivi, ma concentrandosi sul più generico discorso dei mali assurdi della guerra e delle cause che sono sempre diverse da quel che le voci ufficiali dicono al popolo. Leonetti sente l’esigenza storica di introdurre l’opera di Kraus con un interessante video ispirato a «L’uomo senza qualità» di Robert Musil, «affresco di una civiltà al tramonto: quella contadina, mentre la nuova era industriale si impone con prepotenza», è scritto nelle note. Ma è un filmato in cui si avverte anche l’espressionismo di Fritz Lang (ricordiamoci di «Metropolis»), dove il progresso industriale viene visto come una sublime catastrofe umana che determina una inarrestabile trasformazione sociale.

Ascoltando le drammatiche satire di Kraus che cominciano dal famoso attentato di Sarajevo del giugno 1914, che accese la miccia al primo conflitto mondiale, si intuisce subito il percorso che Leonetti intraprende per condurci tra contraddizioni e paradossi bellici. Kraus fu l’unico scrittore ad esporsi immediatamente contro le atrocità della guerra, e lo fece attraverso l’apparente spirito sarcastico, non preoccupandosi di far apparire la classe politica troppo ridicola già all’epoca e anche allora con le mani immerse negli immondi affari economici e nei guadagni illeciti e immorali. «Perché costruire trincee se si continuano a fabbricare mortai?» È lo stesso identico pensiero che spegne ogni giorno le nostre speranze di pace quando sentiamo gli inutili appelli di intese, e i proclami per gli impegni umanitari ora in Ucraina, ora in Africa, ora in Medio oriente; mai nessuno, però, osa sollecitare la fine del commercio delle armi, anzi si continua a rifornire i combattenti dicendo che servono per la pace, per la democrazia e mai per uccidere. In effetti, il significato dell’opera di Kraus è la sintesi logica dell’uomo di buon senso quando ascolta le notizie al telegiornale. Quante volte ci è capitato di pensare che le atroci azioni di guerra estirpano la fede dall’animo: lo immaginiamo, ma soltanto Kraus lo scrive. Perché mai nessun soldato si ribella all’ordine di andare a morire: lo scrive Kraus, noi no.

«Gli ultimi giorni dell’umanità» è un postulato coraggioso e irriverente che ci lascia attoniti solo perché il suo autore ha avuto la prontezza di mettere su carta quel che noi non siamo capaci di esporre. Durante la narrazione delle barbarie viene evocata anche la pace – come spesso accade anche ora – ma Kraus avverte che la guerra non si può sconfiggere con la pace, poiché, a conflitto sospeso, l’idea di pace è la prima ad aver subito la sconfitta. Sono passati cento anni è nulla è cambiato: le epidemie che erano conseguenze del conflitto ora sono diventate lo strumento di guerra, un’arma a basso costo capace di sterminare intere razze! Il concetto di guerra, secondo Kraus, si annida nella gente seguendo gli stessi misteriosi criteri delle mode: non a caso una giovane mamma, entusiasta di poter mandare suo figlio al fronte, si lamenta che il secondo parto le abbia regalato una femminuccia: «Ci vuole il maschio», grida. E che dire di quell’esercito che parte per uccidere e che la storia si ostina a chiamare glorioso. Sono tanti, ma non tantissimi, i quadri assurdi e sconfortanti che Leonetti estrae da un testo immenso per metterne a fuoco, grazie anche al pregevole lavoro di Giovanna Venzi che ha curato le luci, l’agghiacciante delirio di un’umanità all’ultimo sospiro, utilizzando un’affiatata compagnia in cui spicca il Criticone, l’unico sopravvissuto a quest’umanità disperata. L’interprete è un bravo attore che resta avvolto nel mantello della notte (direbbe Romeo) sempre perché i nomi in locandina non fanno più luce sull’identità dei personaggi. E finché gli attori non si ribelleranno a questo coatto anonimato, nessuno li conoscerà, a parte gli amici.

Oltre alla locandina, stavolta, anche la fotografia merita una nota, e non certo positiva. Non esiste una foto dello spettacolo, né per la stampa, né sul web. Quella pubblicata sopra al titolo l’ha scattata il sottoscritto nel foyer del teatro. Si tratta della bacheca in cui sono affisse le presentazioni dell’evento uscite in questi giorni, ma come si evince, tutte riportano una sola immagine, che non è nemmeno stata scattata durante le prove. L’ennesimo peccato di una produzione improvvida. Vedere un solo ritratto stampato su tutti gli articoli è certamente triste, ed è soprattutto imbarazzante, per il teatro che ospita la rappresentazione, dover presentare al pubblico una parete tanto monotona e insignificante. La produzione Teatro Instabile certamente non ci fa una bella figura. Doppio peccato, perché lo spettacolo non merita queste dimenticanze.

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Gli ultimi giorni dell’umanità, di Karl Kraus, con Beatrice Palme, Camillo Marcello Ciorciaro, Federico Citracca, Fabiola Guacci, Francesca Di Meglio, Lorenzo Sferra, Luisa Consalvo, Valter Tulli, Adriana Nuzzachi, Gabriele Sabellico, Lucio Canelli. Scene e costumi, G. d. F. Studio. Musiche originali video, Marco Schiavoni. Disegno luci, Giovanna Venzi. Illustrazioni video, Giampiero Wallnofer. Adattamento e regia, Gianni Leonetti.  Al Teatro Arcobaleno, fino al 19 novembre

Teatro Roma
Elena Salvati

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