di Giulia Pernaselci


Al Teatro Belli di Roma, dal 9 al 14 novembre 2021, ha debuttato “Girl in the Machine”, nell’ambito della XX rassegna TREND – Nuove Frontiere della Scena Britannica, a cura di Rodolfo Di Giammarco. La prima nazionale è sold out.

Liliana Fiorelli ed Edoardo Purgatori interpretano una storia che si costruisce sull’interazione simbiotica fra gli avvenimenti sul palco e il feedback che sedimenta dentro lo spettatore. Lo spettacolo nella sua trama ha un effetto di ritorno emotivo istantaneo in chi lo guarda. Nell’arco di un’ora, con fare repentino, ci si ritrova sospesi in un mondo irrealistico; il pericolo di sprofondare al suo interno è molto alto. 

Il testo, dell’autrice scozzese Stef Smith, tradotto da Maurizio Mario Pepe, in un batti baleno ti seduce con rammarico. Anche Polly, avvocatessa in carriera, viene sedotta. A corteggiarla non è il marito Owen, medico intraprendente, quanto un oggetto che inizia a cambiare le sorti del quotidiano. Una black box, intrappola la naturalezza della socialità in illusioni che si spacciano per le migliori rivali della realtà, ma è la realtà stessa a tradirli, essendo la box frutto di un’umanità lacerata, che si nutre della loro durevole complicità. Nella coppia i sentimenti si affievoliscono alla velocità del rilascio di un click. 

Notifica dopo notifica si scopre l’impotenza di Polly, che, ricerca il raggiungimento di una beatitudine interiore nell’apparecchio. Contrariamente a ogni aspettativa, è la solitudine a impadronirsene. 

Liliana Fiorelli entra in contatto con l’inconscio di una donna il cui crollo psicologico tocca nel profondo. La si vede soffrire avvolta dal buio della sala. Non sa più distinguere le fattezze della felicità, nemmeno la lussuria la scuote. I respiri si tramutano in sospiri e la mente, annebbiata da una fragilità lampante, rifiuta il controllo. 

Intanto l’amore, come l’ago di una bilancia, si direziona nel cuore di Owen che tenta di custodirlo cercando di mantenere salda la relazione. Quello che poteva diventare un futuro roseo è stato messo duramente alla prova. 

Al riaccendersi delle luci, Edoardo Purgatori riesce con totale sottigliezza a ponderare l’angoscia di un uomo che con il trascorrere del tempo perde la pacatezza. Subire la presenza assente della sua dolce metà lo rende vulnerabile ma mai tanto da lasciarla.

Il finale di Girl in the Machine è netto e ci parla chiaro. Polly sembra riconnettersi con le proprie facoltà decisionali e con Owen… nello stesso momento la terra si allontana irreversibilmente da lei. 

Gli attori non soltanto danno vita in modo viscerale ai due protagonisti, ma rispondono alla vocina che in molti di noi è sempre sull’attenti nel farci prendere le giuste distanze dalla virtualità, che, invece di trasformarsi in un imperativo, rimane spesso vittima del condizionale.

Se il male che può provocare la tecnologia non fosse fisico, saremmo veramente sinceri nel dichiararci sani?

 

voce Black Box Patrizia Salmoiraghi
supervisione movimento Jacqueline Bulnes
scenografo Nicola Civinini
sound design Lorenzo Benassi
produzione: Khora Teatro / La Forma dell’Acqua

Condividi su: