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La Coscienza di Alessandro Haber

Diario notturno al Teatro Quirino: La magnifica indecisione di Zeno

C’era il pienone ieri sera al Quirino per la replica dello spettacolo La coscienza di Zeno: tutto normale, trattandosi di un sabato e del Quirino e soprattutto di un attore dal forte richiamo come Alessandro Haber. Ma la particolarità è che Giove pluvio aveva deciso per commentare a modo suo la serata di sperimentando anche sulla Città eterna le recenti modalità di precipitazioni alluvionali. E così l’attesa per entrare viene condita da uno spreco di ombrelli aperti sopra signore e signori in outfits eleganti, come in un quadro di Vettriano. Tutti convenuti ad assistere a una pièce che si occupa delle nostre fragilità, ubbie e imperfezioni: e nessuno meglio di Alessandro Haber- in un passaggio di carriera che propone vertici di un talento costruito nei decenni, ma anche lampi di un declino sfacciatamente esibito, come un addendum necessario allo spettacolo-, ne sarebbe riuscito ad essere il protagonista.  

Alessandro Haber ne “La Coscienza di Zeno” – © Web

Haber interpreta il personaggio di Zeno Cosini: ma più che interpretarlo, lo abita, come si abita con consumata consuetudine una vecchia grisaglia stropicciata dal quotidiano e dagli oltraggi del vizio caratteristico di chi la indossa. Nel suo caso, il fumo. Infatti tutta la scena è virata al grigio, commento cromatico coerente con il personaggio che, seduto in un angolo del palco, consuma il suo vizio a ripetizione. Il suo è un flusso di coscienza a ripercorrere la sua vita, secondo le scansioni di un diario psicoanalitico a cui si piega per risolvere una volta per tutte il suo vizio del fumo.

Ad addensarsi sono gli episodi chiave della sua vita: i ricordi del rapporto con il padre, la decisione di prendere in moglie -senza troppa convinzione e slancio- Augusta (Stefania Ugomari Di Bias), dopo il rifiuto di Ada (Chiara Pellegrin) e Alberta (Valentina Violo), le balbuzie operative nell’esercitare la sua professione.  Un labirinto di ricordi dove il tempo non è un orologio, ma un elastico. Si entra e si esce dalla giovinezza come da un caffè di Trieste, senza mai pagare il conto. Tutto accade sullo sfondo di una Trieste che si manifesta nei suoi tratti caratteristici -in perfetta coerenza con i vari passaggi narrativi- dalla splendida finestra-oblò che sovrasta il palcoscenico. È così che i passaggi di memoria si addensano confusi e nevrotici, in disparte da ogni disciplina narrativa, tutti però convergenti a sottolineare la percussione sorgiva dell’opera: l’incapacità di vivere del personaggio, prigioniero del suo mondo ideale, ma irrimediabilmente costipato in una inettitudine di fondo, pur disponibile agli aggiornamenti proposti dal corso delle cose, unica consolatoria differenza rispetto a quella del mondo dei pretesi “sani”. Zeno vorrebbe essere un uomo d’azione, ma è felicemente sabotato dalla sua stessa intelligenza. È l’unico che si sente malato in un mondo di sani che sono, a guardarli bene, dei perfetti imbecilli. D’altra parte, osserva Italo Svevo, “L’uomo è un animale malato”, e Haber/Zeno aggiunge: “Sì, ma con quale magnifica insistenza cerchiamo di non guarire!”.

La materia narrativa non è nelle mani esclusivamente, come si potrebbe pensare, del protagonista con il suo flusso di coscienza: il palcoscenico, spoglio, vestito solo di qualche sedia, si anima dei personaggi coi quali l’interprete compie le sue interazioni: a cominciare dal suo alter ego giovane (Alberto Fasoli) e poi dalle altre presenze man mano evocate, a formare un girotondo di personaggi (una decina in totale, meritevoli tutti di apprezzamento perché la forza di questo spettacolo sta nel meraviglioso meccanismo ad orologeria dell’insieme)che si lasciano andare anche a una passerella giocosa che ricorda quella del finale 8 ½ di Fellini. Anche la sua coscienza fa capolino di quando in quando sotto le mentite spoglie di un Suggeritore (Giovanni Schiavo) e la trovata scenica aiuta anche la divertente sovrapposizione tra il personaggio e i suoi ricordi e quelli personali dell’attore Haber.

Tutta l’attenzione dello spettatore è rapita dal magnetismo del suo interprete: Alessandro Haber/Zeno Cosini sostiene il suo ruolo con il passo incerto di chi ha troppe scuse e pochissima voglia di guarire. Recita con le mani, con i silenzi, con quella voce che sembra sempre sul punto di spezzarsi e che invece regge l’intera impalcatura di Svevo. Il suo Zeno non è solo un inetto; è un uomo che ha trasformato la propria ipocondria in un’opera d’arte, con una guarigione solo asserita e l’ultima sigaretta che diventa solo il simbolo di una prospettiva che non riuscirà mai a farsi realtà.

In questi tempi, d’altronde, l’indecisione è l’unica forma di coerenza che ci rimane, al cospetto di una realtà che fa della contraddizione la sua cifra più significativa.

Una scena de “La Coscienza di Zeno” – © Web

Lo spettacolo di Paolo Valerio è una macchina teatrale oliata dal cinismo e dalla pietà. Si ride, anche, ma è quel riso che si ferma a metà gola, come un colpo di tosse davanti al medico. Uscendo dal teatro, a ombrelli ancora aperti si sente il bisogno di una sigaretta (a detta di una semplice non fumatrice). L’ultima, naturalmente. Ma solo perché la prossima sarà ancora più dolce.

In fondo, il successo di questa messa in scena ci richiama una vecchia battuta di Flaiano: “Il futuro è passato, ma non ci abbiamo ancora fatto l’abitudine”.

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La coscienza di Zeno di Italo Svevo – Regia Paolo Valerio – Adattamento Monica Codena e Paolo Valerio – con Alessandro Haber, Alberto Fasoli, Valentina Violo, Stefano Scandaletti/Alessandro Dinuzzi, Ester Galazzi, Emanuele Fortunati, Francesco Godina, Caterina Benevoli/Federica Di Cesare, Stefania Ugomari Di Blas, Chiara Pellegrin, Giovanni Schiavo –  Scena e costumi Marta Crisolini Malatesta – Luci Gigi Saccomandi – Musiche Orogravity – Video Alessandro Papa – Movimenti di scena Monica Codena – Una Produzione Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia e Goldenart Production – Dal 20 al 25 gennaio al Teatro Quirino.

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