di Andrea Cavazzini

 

Renée Zellweger nel ruolo di Judy Garland è un’idea senza dubbio sorprendente. Negli ultimi anni, l’ex star di Bridget Jones ha avuto alti e bassi e forse questa esperienza professionale ha permesso all’attrice statunitense di trovare la giusta ispirazione per incarnare una Judy Garland alla fine del  suo viaggio artistico e umano, consumata dall’alcolismo, dalla depressione, schiacciata dal sistema e quindi  incapace di lavorare a Hollywood,  decisa ad emigrare in Inghilterra per fare fronte ad una situazione economica disastrosa.

Una lunga serie di matrimoni alle spalle, una famiglia disfunzionale e in continua lotta per la custodia dei suoi figli, la Garland, accettò di tenere una serie di concerti a Londra possibile trampolino per rilanciare la sua carriera appannata e il conto in banca in rosso. Accolta come una grande star, galleggiando costantemente in uno stato confusionale, tra pillole e alcool a comporre il  suo personale kit di autodistruzione  sempre a portata di mano, l’inferno magicamente si trasforma in miracolo: si rianima sul palco e la sua voce torna ad essere potente  e intensa nonostante un corpo minato dalla sofferenza. Goold riesce a  mettere in luce con grande abilità questa vita a due facce della star, momenti di gloria intervallati da crolli annunciati.

Judy Garland è stata una delle star di Hollywood alla MGM fin dall’infanzia, sotto la guida del tirannico Louis B. Mayer, padre padrone della major americana che soleva ripetere che non si può essere una star di Hollywood e vivere come una ragazza normale.

In ogni caso, la visione proposta in Judy di Rupert Goold,  è una produzione della BBC che si concentra sugli ultimi mesi della vita di Judy Garland, quando, afflitta da debiti e dai suoi demoni, ha cercato di rianimare la sua carriera sui palcoscenici londinesi  all’inizio del 1969, pochi mesi prima della sua morte  giunta a soli 47 anni di età.

Per il suo secondo film dopo True Story nel 2015, il regista e drammaturgo inglese (opere tradotte in oltre 40 paesi) ha adattato qui un’opera teatrale di Peter Quilter dal titolo evocativo: “End the Rainbow “(in riferimento alla famosa canzone de “IL MAGO DI OZ”).

Alternando presente e passato attraverso un sapiente gioco di flashback con alcune scene durante le riprese di “Il mago di Oz “che ci raccontano una Garland segnata fin dalla sua infanzia, (attrice fin dall’età di 13 anni), Goold dipinge con grande mestiere il ritratto di una donna ferita nell’animo che si concede un ultimo giro prima di inchinarsi alla vita.

Al di là di un’attenta ricostruzione, e di dialoghi ben fatti, il film beneficia soprattutto dell’efficace interpretazione di Renéee Zellweger assente dagli schermi dall’ultimo e mal riuscito terzo capitolo del “Diario di Bridget Jones” nel 2016. L’attrice americana trova finalmente a 50 anni, un ruolo davvero importante. Un ruolo in cui si è completamente immersa e in cui ha sicuramente messo molto di sè stessa, senza mai scadere nell’imitazione, riflettendo la complessità di una vita da star lanciata in giovane età e soggetta alla pressione di una professione che richiede più di quanto dia. E allo stesso tempo divertente e commovente, la Zellweger dà tutto il suo contributo al film con  la sua magistrale interpretazione, giustamente premiata con l’Oscar, abbandonandosi senza riserve al languore di una diva devastata da alcol, droghe e farmaci, riuscendo a far  dimenticare la fragilità di una sceneggiatura che ha la sola pecca di ricorrere a qualche forzatura di troppo per strizzare l’occhio alla  facile emozione. Ma quando si toglie le scarpe per sedersi sul bordo del palco e cantare “Over the Rainbow”, una canzone che si è attaccata alla pelle della Garland per tutta la vita, l’emozione dell’attrice insieme a quello dello spettatore è reale.

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