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Itaca per sempre all’ Argot

L’acqua straborda, scalpita l’onda irruenta, compressa nel cubo di vetro; questa costa dovrebbe essere Itaca.

Una lunga assenza circonda Ulisse, lacuna d’un vuoto insondabile lo accoglie alla fine di un “nostos” che da troppo tempo lo ha strappato a se stesso.

Ed ecco, s’avverte lo scalpiccio dell’attesa; l’uomo dal multiforme ingegno s’appresta al ritorno, i suoi panni sono quelli di un mendicante, i suoi occhi turgidi di visioni.

Un’aurea livida, un buio inquieto a tratti grottesco ci avvolge all’inizio di “Itaca per sempre” al Teatro Studio Argot di Roma fino al 17 Marzo.

Riscritto da Maria Teresa Berardelli a partire dal romanzo di Luigi Malerba e interpretato dalla graffiante regia di Andrea Baracco, l’opera

Laddove i gabbiani sembrano spiriti lugubri e miriadi di croste deformano le facciate delle case, Itaca è irriconoscibile.

L’angoscia si fa materia, l’estraneità sembra calcificarsi dirottando l’idillio presunto d’un ricongiungimento: è lì Penelope, la moglie, la sposa; è lì e non lo riconosce.

Sulla scena essenziale, due drammi si affrontano forsennati, si sfiorano i corpi suscitando l’innesto di un rancore sospeso tra l’ira furente e la nostalgia.

“Straniero chi sei? Da dove vieni?” – la voce fuoricampo scuote i cubi vitrei, entro i quali galleggiano collane, babbucce fradicie, bottiglie opalescenti.

Nessun abbraccio, la diffidenza tramuta gli antichi amanti, il sospetto li rende fantasmi, alieni gli occhi un tempo complici; dov’è la disperazione di Penelope?

L’arco è teso, ha inizio la sfida contro i Proci, straziante il massacro si consuma; la donna sa già tutto ma continua a infliggere il dramma della diffidenza.

L’uomo si spoglia, la luce fa sfavillare le sue vertebre; le mani scatenano nell’acqua la furia e il risentimento.

Nell’assumere le sembianze dei due coniugi, Woody Neri e Maura Pettorruso sembrano incarnarsi in essi, assumerne il dolore per poi dirottarlo al cospetto d’un pubblico che ne viene inevitabilmente assorbito.

Un’opera viva, la cui nitidezza espressiva è incrementata dalla scelta di una scenografia simbolica quanto eloquente (quella di Luca Brinchi e Daniele Spanò) e da un altrettanto suggestivo utilizzo delle luci (ad opera di Javier Delle Monache).

Le lacrime non s’addicono ad Ulisse, eppure gli attraversano il volto; dura infatti è la scelta fra l’abisso dell’assenza e la paura dell’ignoto.

Festival Cinema
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