di Miriam Bocchino

 

 

Ivana Tomasetti, che è stata insegnante di lettere nella scuola primaria e secondaria di primo grado ed è autrice di opere di ricerca storica e di viaggio, ha pubblicato il suo primo romanzo “Identità alla sbarra”, frutto di cinque anni di ricerche e di scrittura, edito dalla casa editrice Terre Sommerse.

L’opera affronta temi ancora oggi attuali, nonostante la vicenda avvenga negli anni ’70: l’ambiguità dei sessi ma soprattutto la ricerca dell’emancipazione e l’anelito alla libertà. Una storia raccontata con delicatezza, attraverso una “penna” raffinata e coinvolgente.

 

 “Identità alla sbarra” è il suo primo romanzo. Un’opera che racconta la storia vera di Maria Teresinha Gomes, divenuta, successivamente, il generale Tito Anìbal da Paixao Gomes, attraverso il roman à clef. Come è entrata in contatto con questa vicenda e cosa l’ha spinta a raccontarla tramite un libro?

L’incontro con Teresinha è avvenuto per puro caso. Con mio marito stavamo facendo un giro in Francia. Era estate e ci fermammo alla fiera del libro di Tolone. Sotto un tendone autori e editori esibivano i loro romanzi. Girando vidi un titolo: “La papesse Jeanne” di Donna Cross. Avevo visto il film, non potevo perdermi il libro. Dopo averlo letto, in fondo ho trovato l’intervista all’autrice che affermava come il fenomeno di donne che si fanno passare per uomini non sia proprio inusuale nella storia. Tra gli esempi ecco Teresinha Gomes, la cui figura mi ha incuriosito molto e da lì è nata l’idea di indovinarne i pensieri, studiandone i fatti e le motivazioni.

 

Il romanzo è stato frutto di cinque anni di ricerche e di scrittura. Nella sua opera ho ritrovato la bellezza dell’isola di Madeira e della città di Lisbona. Quanto crede che il Portogallo e la sua società abbia influito sulla decisione della protagonista?

Nessuno può negare le sue radici, anche se vive altrove. Lo stesso credo possa valere per il mio personaggio. La bellezza di Madeira fa da contrasto con la vita che lei vive, con le restrizioni della famiglia e con quelle dovute al regime di Salazar; la rivoluzione dei Garofani a Lisbona è l’occasione che la conduce ad affermarsi come uomo, nella confusione di un momento storico tanto importante. Credo però che la vicenda di Teresinha abbia un carattere più intimo e personale: se è vero che la dolcezza perenne del clima rende una persona più positiva e intraprendente perché è spinta ad immaginare di poter vivere una nuova vita senza troppe difficoltà, è anche vero che il travaglio nasce dall’interno, in una ribellione che sperimenta l’umiliazione del suo essere donna.

 

La vicenda ha avuto una grande risonanza mediatica con ripercussioni anche culturali, tra cui la composizione di un brano “Mi general” ad opera di Carlos Cano. Crede che la società, oggi, possa definirsi emancipata o ancora adesso, la storia, riscontrerebbe lo stesso scalpore?

Credo che ogni vicenda storica vada contestualizzata. Ai tempi di Teresinha non si parlava né di omosessualità, né di transgender. A mio parere non è questo il tema. La protagonista vuole solo avere il rispetto che hanno gli uomini, la sua avventura è un’occasione in cui il sesso è appena sfiorato e non ne è la molla scatenante. Oggi io credo che Teresinha avrebbe potuto avere le sue buone occasioni, pur restando donna, quale era. Ritengo che oggigiorno la sua vicenda potrebbe apparire come un’invenzione mediatica: le sue motivazioni sarebbero deboli. I tempi sono cambiati dal lontano 1974.

 

Importante nel suo libro la politica e gli effetti disastrosi del governo di Salazar e dei suoi successori. Politica che ha portato alla morte e all’internamento di persone considerate “nemiche”, con evidenti ripercussioni future sulla vita di molti. Oggi, purtroppo, molti Stati continuano a perseguire una politica di terrore, calpestando i diritti fondamentali, come quello di essere “chi si vuole essere”. Crede che la protagonista del libro, oggi, prenderebbe la stessa decisione oppure accetterebbe la sua condizione di donna?

Credo che oggi Teresinha combatterebbe con le sue armi, non avrebbe bisogno di farsi uomo. Le donne devono ricordare ciò che è stato, chi ha aperto loro la strada verso l’emancipazione. Teresinha è una testimone di ciò che eravamo. Siamo diventate forti perché molte di noi hanno lottato e mostrato al mondo le condizioni di vita delle donne. Tuttavia la battaglia non è finita, anche se sono stati fatti grandi passi. La globalizzazione, internet e gli strumenti mediatici hanno rivoluzionato la vita di oppressi e oppressori, hanno permesso di giudicare e di intervenire cliccando anche solo sui tasti di un computer, nel bene e nel male. Dobbiamo ricordare anche il regime di Salazar, del quale poco si parla sui libri di scuola (è vero che non si può studiare tutto) e delle sue prigioni a Capo Verde, dimenticate dagli itinerari turistici.

 

Maria Teresinha Gomes, in seguito Tito Anìbal da Paixao Gomes, è una persona, una donna, che si sente impotente, non in grado di contrastare la dominazione maschile e che diviene vittima di violenza fisica e psicologica. Pochi giorni fa c’è stata la “Giornata internazionale della donna”. Secondo i dati del rapporto Eures 2019, dal 2000 ad oggi le donne uccise in Italia sono state 3.230, di cui 2.355 in ambito familiare e 1.564 per mano del proprio coniuge/partner o ex partner. Quali crede possano essere gli strumenti adeguati a contrastare il fenomeno? La letteratura può fornire il suo contributo a questo cambiamento?

Potrei partire da lontano e dire che l’educazione è fondamentale per formare la coscienza di ogni essere umano. Penso che gli uomini (o donne) violenti siano stati adolescenti sofferenti che, per svariate cause, non abbiano avuto la possibilità di un rapporto armonico con sé stessi e con gli altri. In una parola è mancata l’acquisizione di un “limite”. Bisogna dare un limite alla propria rabbia, dare un limite al proprio risentimento, acquisire un codice etico che solo la famiglia e la scuola possono imprimere. La società di oggi eccelle nel mostrare esempi negativi: a scuola, sui media, nello sport, viene esaltata l’aggressività come immagine positiva. In molte occasioni, nei commenti sportivi viene usato il termine “cattiveria” per indicare l’impegno massimo dell’atleta. Dall’altro lato le donne devono avere un appoggio per riuscire a trovare il coraggio di staccarsi subito dal partner violento. Nello stesso tempo si dovrebbero pensare interventi obbligatori per i soggetti violenti in famiglia, appena si mostrano le prime avvisaglie. La terapia e il dialogo sono grandi armi che la società non apprezza abbastanza. La letteratura è il luogo dove si possono trovare esempi e modalità per confrontarsi con le esperienze di altri. Le storie raccontate danno forza e suggeriscono comportamenti, se somigliano alla nostra.

 

Lei vive in Lombardia, nello specifico a Lodi e ha insegnato lettere nella scuola primaria e secondaria di primo grado. Può darci dei consigli di lettura in questo periodo di emergenza sanitaria, in cui tutti siamo obbligati a stare a casa?

Stare a casa ci ha messi in un’altra dimensione, il mondo ci viene incontro attraverso il computer, ma è anche bello guardare il cielo dalla finestra, fare merenda sul divano con un libro. Non so se i libri che leggo piaceranno a tutti, ma al momento sono entusiasta di Herta Müller, Premio Nobel del 2009: “Il paese delle prugne verdi” e “In viaggio su una gamba sola”. Altri libri piacevoli: “Gente di Dublino” di Joyce, “Emma Wedgwood Darwin” di Chiara Ceci tanto per restare in tema di donne. E per chi vuole sorridere “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino o il vecchio “Tre uomini in barca” di J. Klapka Jerome.

Per riflettere suggerisco “Adolescenti Violenti” di Balbi e altri autori, edito da Ponte alle Grazie 2009.

 

Ha in progetto un nuovo libro?

Ho la mente dentro un’altra avventura storica. Si tratta stavolta di ciò che è accaduto alla mia famiglia sullo sfondo della Prima guerra mondiale.

 

“C’era uno spirito in lei che le dava la forza di ribellarsi, di cambiare la strada che gli altri avevano preparato. Era un essere pensante, poteva fare le stesse cose che faceva un uomo. La pretesa di un’eguaglianza che suonava per tutti come una bestemmia.”

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