di Ilaria Sambucci

 

 

Ieri pomeriggio Quarta Parete, ha avuto il piacere di intervistare Giorgio Biavati, un grande attore italiano che vanta una lunga e brillante carriera. Giorgio pochi mesi fa, ha debuttato anche come autore del libro: “Rispettati ragazzo” che è una vera e propria sceneggiatura della sua vita, dove insegue e raggiunge con molta naturalezza il suo sogno, quello di diventare un attore.

 

Caro Giorgio, com’è nata l’idea di scrivere un libro?

“L’anno scorso mi chiamò un mio amico fotografo che frequentava un corso cinematografico a Genova e dopo aver parlato di me con un suo insegnante mi propose di fare una piccola sceneggiatura della mia vita e così mi sono messo a scrivere su una carta gialla, quella che fece riaffiorare in me tanti ricordi, tante storie che sono raccontate nel libro.”.”

 

Il titolo è molto incisivo e nel libro compare più volte il valore del rispetto della propria persona. Cosa ci dici a riguardo e che consiglio vuoi dare ai giovani?

“Questo è un insegnamento che ho avuto da piccolo.  A 14 anni me ne sono andato di casa, frequentavo molto la strada dove ho conosciuto di tutto, incontrando bella e brutta gente. Il rispetto di me stesso che di conseguenza era anche il rispetto degli altri, mi ha tenuto lontano dalla droga e da un certo tipo di delinquenza ed è quello che in effetti mi ha salvato! Quindi ai ragazzi dico di avere rispetto di sé stessi e del prossimo.”

 

Mi ha colpito nella prefazione il momento in cui hai deciso di intraprendere questo mestiere; hai lasciato un biglietto dicendo che abbandonavi la tua città per andare a Roma a fare l’attore. Come è avvenuta in te questa decisione, ti è stato suggerito o è stata una scelta che è hai fatto spontaneamente?

“E’ una scelta che ho fatto da solo. Ricordo che già da ragazzo, la sera andavo a mangiare con gli amici in osteria, e a fine serata toglievo la tovaglia e me la mettevo addosso e iniziavo a recitare il discorso di Marco Antonio, e prendendo il conto continuavo a recitare dicendo che quello era il testamento di Cesare. Mi divertivo davvero molto e parecchie volte capitava che anche l’oste si rallegrava e allora prendeva il mio conto e lo strappava.”

 

Un momento interessante è quando tuo padre, ti comunica che un suo amico dirige un’accademia Teatrale a Milano, e qualora avessi deciso di farla di non dirgli che fossi suo figlio. Quali sono state le tue sensazioni in quel momento?

“Quando lui mi ha detto di fare l’audizione e di non dire di essere suo figlio, io subito gli ho detto: “Va bene babbo, ma a Milano io come ci vivo?” Lui mi ha risposto: “Semplice, se hai la passione troverai il modo!” Allora dato che era una cosa che volevo davvero fare, mi sono rimboccato le maniche e sono entrato in Accademia.”

 

Tra i tuoi primi lavori c’è “Monsieur de Pourseugnac” con la regia del grande Eduardo de Filippo. Nel libro scrivi che il maestro curava molto i cambi scena, le entrate e le uscite e che le prove duravano poche ore al giorno. Come è stata quell’esperienza insieme a lui?

“Io venivo dal Piccolo di Milano. Andammo a Napoli, al teatro San Ferdinando per iniziare le prove di Monsieur de Pourseugnac diretto da Eduardo de Filippo, uno spettacolo che poi avrebbe debuttato a Milano. Il Maestro ci faceva provare ogni dì una scena a memoria, soffermandoci sui movimenti, sulle entrate e sulle uscite di scena. Provavamo solo due ore al giorno!”

 

Nel libro definisci lo spettacolo Enrico VIII con la regia di Giuliano Merlo il più bello della tua vita. Perché?

“Un giorno mi telefonò Giuliano Merlo per propormi un lavoro al Teatro dell’Aquila ben retribuito e allo stesso tempo mi propose di fare il protagonista per il suo spettacolo, Enrico VIII, dove però si poteva correre un rischio, perchè soldi per finanziare quello spettacolo, non c’erano. Così abbiamo fatto questo spettacolo, nato dal nulla, se non dalla passione. Fu uno spettacolo fatto solo con due cantinelle, una sacca di costumi e un palcoscenico vuoto. È stato il più bello della mia vita perché è stata la prima cosa che ho fatto da solo, tutta mia.”

 

Sei stato molto amato dal pubblico per la tua interpretazione di Giovanni Bonelli in “Vivere” la soap opera in onda su Canale 5 per quasi dieci anni. Come hai vissuto quel periodo?

Lavorare in “Vivere” è stato una bellissima esperienza, un bellissimo gioco. Facendo il provino trovai più divertente la parte dell’oste, pensai che questo personaggio avesse più cose da raccontare, e infatti così fu. Avendo interpretato Giovanni Bonelli per tanti anni, mi identificai molto in lui.”

                                                                                          

Un momento importante della tua vita è stata la lunga tournée con Dario Fo, in “Coppia aperta”, uno spettacolo di enorme successo interpretato da te e Franca Rame. Com’era lavorare con loro?

“È stata un’esperienza bellissima. In “Coppia aperta” abbiamo girato per dieci anni tutto il mondo. Con Franca ci fu da subito una grande intesa, eravamo non solo colleghi, ma dei compagni di gioco. Lei ogni sera ripeteva e ripassava tutto lo spettacolo, si riascoltava e si correggeva. La sera prima dell’ultimo spettacolo, la convinsi finalmente a girare la città di San Francisco, e quella fu l’unica volta che fece uno strappo alla regola.”

 

Un altro tra i lavori importanti a cui hai partecipato è sicuramente Freccia Nera, la miniserie televisiva del 1968. Qui nel libro ci racconti un particolare aneddoto ovvero quello della scena sul cavallo. Ti va di raccontarcela magari aggiungendo qualche particolare inedito per Quarta Parte Roma?

“Feci il provino per Freccia Nera con Anton Giulio Majano, un mito della televisione; l’audizione andò molto bene, poi mi chiesero se me la cavavo a cavallo e con la scherma. Io gli feci segno di sì, anche se in vita mia non ero mai salito su un cavallo. Arrivai in studio e il maestro Mannoia mi presentò un cavallo gigante, il famoso Giove. Feci la prima scena dopodiché lui mi disse: “Si vede che tu a Cavallo non ci sei mai stato, però hai un coraggio da leone!”

Giove non voleva mai arrivare secondo, anche se serviva per l’inquadratura, così un giorno dopo aver provato due volte la stessa scena, mi rifiutai di ripeterla e mi sostituì lo stuntman, che durante le riprese cadde a terra e si spaccò la schiena. Lì le sorelline Mannoia mi dissero: “Tu hai un angelo che ti protegge!

Io sapevo che era vero, sentivo quella presenza, sentivo quell’angelo che è la mia mamma. Lei mi ha sempre sostenuto e protetto con la sua immensa energia.”

 

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