di Sara Formisano

 

Nuova conversazione a tema teatrale, questa volta con Fabio Di Gesto fondatore della compagnia Ri.Te.Na, tra le voci napoletane che meglio si è distinta negli ultimi anni, Fabio si mostra in tutta la sua semplicità e umiltà raccontando spontaneamente e senza imbarazzo le sue emozioni e quello che ama del fare teatro.

Ri.Te.Na è una compagnia teatrale under35 fondata nel 2019 da Di Gesto con Maria Claudia Pesapane e Francesca Morgante, trio attoriale, registico e autoriale, tutti provenienti da diverse e significative esperienze teatrali. I componenti si uniscono nell’unico principio di coltivare con rispetto e libertà l’idea di ricerca e approfondimento teatrale, spaziando dall’analisi della tradizione attraverso la riscrittura, a quella del teatro moderno e contemporaneo.
Un’occasione di studio, condivisione e messa in scena animata da un desiderio di libertà di espressione e di coincidenza di affinità, gusto e stile, per quanto l’eterogeneità resti sempre una prerogativa e un elemento di ricchezza del nucleo.

Già vincitori del Premio miglior regia e Premio miglior attrice, ROMA FRINGE FESTIVAL 2020 con lo spettacolo E Cammarere, regia di Fabio Di Gesto, finalisti al Festival Fantasio 2020 con La vita è sogno di Pedro Calderón de La Barca, regia di Fabio Di Gesto, finalisti al Premio Leo De Berardinis, Teatro Stabile di Napoli con Pe’ na lisca ‘e lino; vincitori Miglior Corto e Premio della critica – concorso ‘O CURT- Centro Teatro Spazio con ‘E Cammarere e Biennale college – Giovani registi, seconda fase di selezione, con La follia di Orlando, di Fabio Di Gesto.

 

Raccontami di come hai iniziato a fare teatro e com’è nata Ri.Te.Na.

Il Teatro ha sempre fatto parte della mia vita, fin dalla scuola quando partecipavo alle recite scolastiche. Anche se ho dei ricordi dei miei zii che risalgono a quando ero ancora più piccolo che ricordano quanto mi piacesse organizzare degli spettacoli con i miei cugini e coordinarli.
Fin da piccolo quindi prediligevo la figura del regista anche se non ho un ricordo ben preciso in cui ho capito che avrei fatto questo nella vita. È sempre stato così per me, sono nato che volevo fare teatro.

Ri.Te.Na è nata nell’ambito di un bando del Teatro Tram destinato a giovani registi e attori, e fui scelto fra cinque registi per preparare un lavoro con alcuni attori e nella mia squadra c’erano Francesca Morgante e Maria Claudia Pesapane con cui poi ho formato la compagnia. Da quel giorno non ci siamo più separati e ancora oggi facciamo compagnia insieme.

Il workshop e i relativi lavori che ciascun gruppo doveva realizzare erano ispirati al manifesto del Futurismo. Da lì abbiamo fatto un lavoro nell’ambito della rassegna Classico Contemporaneo e da lì decidemmo di costituirci come compagnia.

 

Perché Ri.Te.Na?

Sta per Ricerca Teatrale Napoletana, perché il mio è un lavoro sulla drammaturgia che consiste nel partire dai testi classici del teatro e come un sarto attingo attraverso la ricerca ai proverbi, le filastrocche e i testi della tradizione napoletana, li rielaboro per metterli al servizio dell’azione e del personaggio. Faccio poi una versificazione del testo finale così che tutta l’opera abbia una sua sonorità anche se non c’è la rima.
Il gruppo è molto importante in questo caso perché Maria Claudia e Francesca mi aiutano con la musica e la danza, Francesca è un’attrice cantante e mi aiuta molto nella creazione delle melodie e del ritmo, Claudia è invece un’attrice danzatrice e mi aiuta molto nella creazione delle partiture fisiche.
La regia per me è proprio questo, una condivisione, un lavoro di squadra, non è qualcosa che dipende solo da me.

 

Visto che mi portavi l’esempio del sarto, riferendoti al processo di rielaborazione attingendo dai classici, vorrei chiederti chi sono gli autori che prediligi e quali sono i tuoi temi ricorrenti?

Parto sempre dall’idea drammatica, dal concetto alla base del testo classico, i temi e gli autori di riferimento quindi variano proprio in relazione all’idea drammatica di partenza.
Negli ultimi tre testi per esempio mi sono concentrato sulla femminilità ed è venuta fuori una trilogia, la Trilogia della femminilità irrisolta.

Ho attinto da tre diversi autori europei del Novecento: Federico Garcia Lorca e la sua Yerma che è diventato A Jetteca, Jean Genet con Le Serve che è diventato E cammarere e infine da Albert Camus, Il malinteso ho fatto E sanzare.

Per esempio con Le Serve sono partito dal cuore dell’idea: due donne in una casa con una padrona, poi ho lasciato andare tutto senza farmi influenzare troppo dal testo originale.
Seguo un mio schema di drammaturgia: Presentazione, Colpo di scena, Confronto, Reversibilità e Soluzione finale.All’interno delle tre opere infatti ritornano tutti questi cardini e in ognuno dei lavori si arriva a un “punto di morte”, in quel momento nel finale di ognuno di questi testi c’è un rituale che conclude l’azione. Un rito di sacrificio, un’immagine o una scena forte.

In Yerma come tema ritroviamo la maternità, in questo caso l’impossibilità di essere madre; ne Le Serve c’è il discorso sulla femminilità, infatti in E cammarere è difficile comprendere la sessualità dei personaggi, non si capisce se sono uomini o donne e vedono attraverso la padrona quella che secondo loro è la massima espressione della femminilità. Nelle Sanzare invece troviamo il rapporto tra la donna e la società, la femminilità in questo caso è incompiuta a causa di un uomo.

 

Mi sembra di capire che uno dei temi che ti piace affrontare è quello relativo alla donna, al femminile, il ruolo della donna nella società…

Sì mi piace andare a raccontare come viene vista una donna, quali sono i ruoli che si trova a ricoprire: donna-madre, donna-figlia oppure donna legata ad un uomo.

 

Perché secondo te oggi è ancora così? Perché la donna viene ancora incasellata in questi ruoli?

Io vengo dalla provincia e sono cresciuto con le donne: mia madre, mia zia, le mie due sorelle che a loro volta hanno figlie. Purtroppo in alcuni luoghi tra provincia e periferia si è rimasti ancorati a un concetto arcaico e patriarcale della donna, anche se la situazione per fortuna sta evolvendo altrove.

 

Cosa state preparando con la compagnia in questo periodo?

A fine luglio porteremo Cammarere in Puglia, e abbiamo un’altra data a Roma ma per il momento non possiamo dire di più.

 

Tu invece stai scrivendo qualcosa di nuovo?

Questa volta voglio uscire dai classici e scrivere qualcosa di originale. Sono partito da un corto teatrale che ho presentato ai Corti della formica. Il corto parte da un lavoro documentaristico di un amico che aveva intervistato gli abitanti delle case nuove e tra gli intervistati si parlava di un sarto con una storia molto interessante e il cui ricordo è rimasto molto forte nella memoria di tutti.
La storia era ricca di aneddoti su questo sarto “femminiello” che aveva l’abitudine di lasciare una firma, metteva sempre qualcosa di personale sui capi, per esempio un bottone o un altro dettaglio a mo’ di firma. Nella sua storia c’è un amore tormentato e la morte per eroina, io ho voluto prendere queste ultime due cose e inserirle in un rituale finale proprio come ho fatto per gli altri lavori.

 

Hai intenzione di ampliare questo lavoro in uno spettacolo più ampio?

Sì voglio costruire appunto un monologo di un’ora e vorrei inserirci tutti gli aneddoti legati al personaggio. Sarà strutturato in forma di monologo e il protagonista, il sarto appunto racconterà gli aneddoti avendo come riferimento gli abiti che cuce. I personaggi di cui parla sono coloro che hanno indossato gli abiti che cuce. Al termine del monologo ci sarà un rituale. L’interprete sarà Luca Lombardi che ha già fatto altri lavori con la compagnia.

 

Il covid ha messo in discussione tante cose rispetto al lavoro e alla socialità, in ambito artistico poi è stato un disastro. Vorrei chiederti una riflessione sul teatro oggi e sul futuro del teatro anche in relazione agli ultimi eventi storici, tenendo conto del fatto che la nostra generazione è stata sempre in difficoltà in ambito lavorativo negli ultimi anni, anche prima del covid.

Sarò sincero, per me e per il lavoro che faccio, mi sento dire che dal mio punto di vista il covid c’è sempre stato, ci sono sempre state le porte chiuse dei teatri. Non mi è cambiata molto la situazione, il teatro come luogo deputato in cui raccontare storie non è mai stato facilmente accessibile per noi. Anzi paradossalmente la pandemia ha sbloccato delle situazioni anche dal punto di vista economico, quando mai avremmo visto tutti i fondi che nell’ultimo anno sono stati sbloccati.
Devono cambiare le opportunità, io non posso mandare venti email a un teatro e non ricevere neanche una risposta di rifiuto che fosse anche: il tuo lavoro fa schifo, non ti vogliamo.
Per questo dico che per noi il covid c’è sempre stato, siamo sempre stati in difficoltà. Abbiamo sempre fatto una gran fatica per avere una data o almeno un po’ di attenzione. A una certa età cerchi anche di fare un salto di qualità, un step in più e magari cerchi un confronto con i grandi del teatro ma ti rendi conto poi che è sempre difficile.
Mi auguro davvero che in futuro sia dato più spazio ai giovani, ma non più e non solo attraverso i bandi. Non so a quanti bandi ho partecipato ed è lavoro anche quello perché per presentare magari 15 minuti di un lavoro ci impieghi settimane per fare progettarlo e fare le prove col rischio che finisca tutto nel dimenticatoio, che non vieni selezionato e non hai la possibilità di aprire un dialogo con le persone, con un direttore di un teatro oppure con un regista o magari un produttore.

Ci vorrebbe maggiore fiducia e meno bandi. Ci fanno fare una guerra tra poveri alla fine.
Inoltre proprio nel nostro campo è tutto molto soggettivo e le scelte che compie la giuria di un bando o di un concorso sono sempre soggettive, non esiste il più bello o il più bravo.

 

Poi mentre non vorresti partecipare ai bandi alla fine ci torni sempre perché purtroppo o per fortuna sono una opportunità. Rispetto appunto alla guerra tra poveri di cui abbiamo parlato mi collego alla questione covid e alle diverse forme di depressione che abbiamo dovuto affrontare.
Tu come fai a farti forza? Qual è il vostro piano di sopravvivenza?

Queste crisi vengono sempre, ci si convive e credo che nel nostro mondo si pensi di mollare tutto almeno una volta al mese. Però c’è una forza, la passione che ci fa ricredere. Subito dopo aver pensato questo però accade qualcosa di bello che ti fa ricredere, una nuova opportunità o una speranza che ti spinge ad andare avanti. Ovviamente tutto questo parte dalla passione per quello che si fa.
Io mi ritengo fortunato perché ho incontrato delle persone fantastiche con cui mi trovo bene, Rosario Martone che ci fa i costumi, Mariateresa D’Alessio che ci cura le scene e Flavia Tartaglia che ci fa le foto di scena, sono tutte persone che fanno parte della compagnia e contribuiscono alla forza del gruppo stesso.
Mi dico spesso che non esiste che mi fermo, voglio che si veda la mia visione, la nostra visione e quindi voler fare teatro è sempre più forte di quella di abbandonare.

 

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