di Miriam Bocchino

 

In un dialogo fluido e sincero che ha il centro nevralgico nel suo ultimo lungometraggio, Kyo, ora disponibile su Amazon Prime, Andrea Tomaselli, regista, scrittore e docente, ci racconta la genesi di un’opera complessa ma non complicata e il necessitante bisogno di cambiamento a cui aspira.

 

Buongiorno Andrea, la ringrazio per l’intervista. Kyo, disponibile su Amazon Prime, è il suo ultimo lavoro da regista, scritto insieme a Giulia Muscatelli. La storia, seppure di fantascienza, si avvicina al reale, assimilando le paure nascenti dalla pandemia in corso.  

Buongiorno Miriam, grazie a lei per l’intervista.

Nell’ultimo anno spesso, insieme a chi ha lavorato con me al film, mi sono ritrovato a pensare a questa strana coincidenza, derivante anche dello spirito collettivo cosmico in cui transitano le emozioni e le sensazioni. La pandemia ci ha colto di sorpresa ma è evidente, anche, che tutto ciò che si manifesta lo fa sempre a livello universale e micro individuale: questo è anche uno dei temi dell’opera.

Kyo non è sicuramente il primo film a trattare il tema della pandemia ed è chiaro, quindi, che nell’aria si percepiva l’avvento di qualcosa di simile.

 

Qual è stata la genesi del lungometraggio?

Kyo nasce per raccontare la depressione che può condurre al suicidio; ho affrontato da giovane questa problematica che ho poi rincontrato negli anni successivi, non solo privatamente ma anche nel mio lavoro di docente.

Ho, quindi, iniziato a chiedermi insieme al resto del cast quale fosse il modo corretto di parlarne in un film e siamo stati tutti concordi nel pensare che questo genere, che definirei fanta – esistenzialismo, potesse essere giusto per affrontare la tematica. I dati statistici ci dicono che la nostra civiltà è quella più affetta da depressione e suicidi: volevamo raccontare una storia non solo intimista ma anche e soprattutto generazionale.

 

Il film racconta l’evoluzione del personaggio, Kyo, che da persona indifferente a ciò che gli accade intorno si trasforma in  un essere umano empatico e disposto a sacrificarsi per il bene di un altro. Solamente alterando lo stato delle cose è possibile per l’uomo ritrovare la sua vera essenza e identità?

Dietro il personaggio di Kyo è presente una forte radice legata alla filosofia buddista; il nome stesso è una delle parole che compongono il mantra “Nam(u) myōhō renge kyō”.

La storia si rifà alla base della dottrina buddista la quale afferma che dentro ognuno di noi, chiunque esso sia, esista una parte illuminata, fatta di empatia, pietà e amore per il prossimo. Molti uomini, tuttavia, non riescono a vivere alla luce di questi sentimenti, non per incapacità, ma perché le circostanze in cui sono nati e cresciuti li portano a oscurare questa luce per vivere in balia di sentimenti negativi, come la paura, l’egoismo e la violenza.

Tra l’individuo e il contesto, tuttavia, c’è un rapporto biunivoco: il mondo influenza noi ma noi possiamo influenzare il mondo. Kyo, infatti, inizialmente, è schiacciato dal contesto in cui vive, tanto da sembrare uno sciacallo, ma quando ha la possibilità di ripartire con input diversi, dati dai Rivelatori, cambia e la rinascita lo rimette in contatto con la sua parte più illuminata.

 

“Io sono una cosa venduta per vivere ma una cosa non può vivere”: questa una delle affermazioni pronunciate nel film. Come può un essere umano divenire da cosa persona?

In questa frase c’è un riferimento non solo al buddismo ma anche alla filosofia marxista. Marx parlava della reificazione, riferendosi agli operai, ma il concetto può valere anche oggi.

Siamo spesso schiacciati dai beni materiali, inseguiamo sempre e soltanto il possesso di cose,  divenendo noi stessi oggetti.

Nel film l’esposizione alle radiazioni del sole consente alle persone di vedere realmente e chiaramente la propria vita, che spesso si rivela triste, senza lo spazio per le scelte, i cambiamenti e l’ascolto.

Vedere la luce, quindi, significa scorgersi veramente ma ricordandosi che la radiazione non vuole comunicare la mancanza di significato come essere umano ma solo che il tipo di vita condotta non è valida e che quindi è possibile cambiare e ricominciare.

 

Un aspetto che risulta, in Kyo, molto particolare è la pronuncia triestina dell’attore Gianmaria Martini.

Questo aspetto è stato concordato con Gianmaria. Per me è fondamentale in un film l’originalità e l’identità. Patisco quando inizio a osservare degli stili, anche nella recitazione, sempre troppo uguali mentre apprezzo moltissimo quando un attore riesce a fare suo il personaggio e a renderlo unico. Era importante che nell’opera arrivasse allo spettatore l’essere straniero del personaggio e la pronuncia inusuale ha favorito questo.

 

Nel cast oltre a Gianmaria Martini e Liliana Benni, c’è la piccola Arianna De Carluccio che interpreta Sara. Come è stato lavorare con un’attrice che all’epoca delle riprese aveva solo 11 anni? Ha riscontrato delle difficoltà?

Era la prima volta che lavoravo con un’attrice così giovane e mentre a un attore più adulto puoi chiedere di fare tutto sul set, perché ha gli strumenti per poterlo fare, con Arianna non è stato così. Credo che il regista debba sempre trovare un compromesso con l’attore e Arianna, nonostante la sua capacità attoriale notevole, riscontrava, ad esempio, delle difficoltà nel piangere. Nella sceneggiatura c’erano molte scene in cui Sara doveva versare delle lacrime: ho quindi modificato la storia trovando un modo più consono per esprimere il disagio.

Lavorare con i bambini consente di vivere la loro spontaneità e freschezza ma nello stesso momento anche le difficoltà della loro età.

 

Altro suo film è Zooschool, disponibile sempre su Amazon Prime e ambientato a scuola. Ha affermato: “credo che l’organismo scuola sia un organismo malato.” Lei non è solo un regista ma anche un docente: quali sono gli elementi malati dell’istituzione?

Zooschool nasce dopo 10 anni di lavoro nella scuola statale. È un film in cui c’è una forte componente di denuncia sociale.

Uno dei problemi fondamentali è riscontrabile nei programmi scolastici: non abbiamo, infatti, metabolizzato l’accelerazione culturale avvenuta negli ultimi 30 anni.

Oggi accade che un bambino di 10 anni sia più abile del nonno o del padre: questo non è mai avvenuto prima ed è quindi impensabile che la scuola abbia ancora i programmi di inizio ‘900; non riesco ad accettare che un giovane studi Manzoni ma non Chaplin o Kubrick.

Non possiamo restare fermi, dobbiamo fare delle scelte più coraggiose ma anche più vicine alla vita dei ragazzi.

Educazione sessuale e alimentare, per esempio, sono due aspetti della vita di un adolescente che la scuola non può ignorare o relegare in un’ora di educazione civica.

Credo, inoltre, che troppo spesso la scelta dei docenti si basi sulle conoscenze ma non sulla capacità di comunicare con i giovani. In Zooschool cito Danilo Dolci, forse uno dei più grandi pedagoghi in Italia, che già negli ‘60  – ‘70 affermava che la metodologia è molto più importante del nozionismo.

 

Forse, tuttavia, insegnare in modo ottimale l’educazione sessuale nelle scuole è complicato, anche, a causa dell’ingerenza della chiesa.

Penso che oggi i ragazzi veramente religiosi siano pochissimi ed è, quindi, necessario che il posto rimasto vacante, quello della chiesa, venga occupato da qualcuno: nelle famiglie, spesso, mancano le conoscenze giuste ed è fondamentale che la scuola formi il docente anche su questo aspetto.

 

Il domani, dopo la pandemia, la preoccupa?

Sì, sicuramente. La mia preoccupazione maggiore è che la visione cinematografica, che da sempre è stata molto vicina a un’esperienza sacra, possa essere sostituita completamente da una visione casalinga, in televisione o sugli smartphone. È importante riuscire a far convivere entrambi i modi di fruire la settimana arte.

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