Dalla caduta alla luce, il coraggio di rinascere
Dall’aldilà del precipizio, dall’asfissia del gorgo di una spirale suicidaria plurifallimentare, ed esitata a peggior tragedia, alla prigionia di una devastazione corporea invalidante, Ilaria Palomba, prima nel suo romanzo, Purgatorio, e poi in questa visionaria trasposizione per teatro, ci rimanda le parole di fuoco di una sofferta anabasi dalle tenebre al proprio angelo interiore. Alla terribile acquisizione della voglia di vivere.

Sono l’angelo terrifico […] Sono tutti i tuoi sogni. Ma non esisto […] sparirò per dirti la verità, che la cura degli angeli, solo tu potrai averla per te stessa. Sarai la madre e la figlia la sposa e lo sposo.
Sì. Essere madre di se stessa, dopo una vita passata a fare l’amore con la morte, pronubo un abuso subito a 12 anni, da cui lo svolgersi di una spirale di dipendenze alienanti, tra droghe ed eccessi vari, e sfilze di uomini insoddisfacenti e spesso violenti. E ad intervallare, a fasi alterne, la passione salvifica per la letteratura, e continui tentativi di suicidio, e poi ricoveri, e poi farmaci nullificanti
Farmaci ? Stordimento per non vedere l’orrore … Rischio suicidio? L’antipsicotico. Mi sveglio appannata, confusa .. Non riesco più a parlare, a scrivere, a pensare. Eliminato il linguaggio tutto è risolto. Cancellato il pensiero, viene meno anche l’ossessione per il fallimento, che da anni mi assedia.
Il testo rivive fasi, emozioni, derive del nonsenso, nella loro lenta evoluzione, e ci rivela i fatti poco alla volta, attraverso indizi progressivi nel mare del rimuginio emozionale. Quindi sì, alla fine, il passato, le probabili cause, la deriva autosvalutativa. Ma anche la terribile beffa. Il trampolino della resurrezione è infatti una allucinante prigionia corporea con cui lottare, esito del fallito volo dalla finestra, esitante non nella morte cercata, ma in lesioni plurime ed invalidanti (la peggiore la lesione spinale), che costringono inizialmente Ilaria sulla sedia a rotelle, e di cui solo una serie di interventi chirurgici riusciranno ad attenuare gli effetti.
Ma seguiamo ora la progressione, narrativa, scenica, performativa, che fanno di questa storia una avvincente epifania teatrale, dove la protagonista si sdoppia in più voci, e si dissemina in mute equivalenze metaforiche attraverso le performance fisico pittorico gestuali parallele agite dal pittore e performer Marco Fioramanti in duello fusionale con Ilaria, mentre voce narrante e suo doppio è ora solo la splendida ed invasata Mariaelena Masetti Zannini (anche regista).
Ilaria Palomba diventa ora corpo muto, via crucis del passato, lasciando la voce racconto di sé (sdoppiata) che nella prima parte condivideva con Mariaelena.
La progressione, dicevamo.
Il tutto comincia con una accorata invocazione, con una tempesta emotiva, che nomina il dolore e fa cornice e ouverture, senza che ancora possiamo capire dove ci troviamo.
Se io non fossi l’acerbo sventrato, ma il verbo dell’oltre. Se avessi occhi di madre e non sguardo furioso di figlia. Se non fossero forbici le mani e gli occhi pugnali. Se potessi non rispondere all’ingiuria col pianto, ma con l’incanto di chi conosce la fine, con la voce del perdono.
Finora in scena erano Ilaria e Mariaelena, statuarie, una appoggiata ad un carrello per camminare, una seduta. Vestite di bianco ed oro. E a lato, uno scultore, con su un trespolo un volto sbozzato di donna.
Poi ecco in scena l’infermiera, una rabbiosa e ficcante Olivia Balzar. Lei è insieme la sofferente e l’istanza di realtà. E’ la voce giudicante e irosa che la suicida ferita non può essere, nel suo calvario di dolore. E così ecco che Ilaria diventa simbolo di tutte le vittime del mondo, poetessa tra i poeti, fragile tra i fragili.
Bravi! … il necrologio? Lo avete preparato? Quanto vi piacciono i poeti morti! Eh? Stanno zitti. Vi fanno sentire buoni, con la loro fragilità … Loro sentono le grida del mondo. Molti sono morti in giovane età. Perché li avete ammazzati!!!!!
A questo punto si comincia a capire che Ilaria – per la quale la scrittura e la poesia sono via di salvezza – parla dall’ospedale psichiatrico dove, ricoverata per suicidio, si vede annullare pensiero resilienza capacità di scrivere dall’ottundimento farmacologico. E dove si sente in fondo guardata con ostilità dai curanti, in quanto portatrice di messaggio di morte: suicidaria.
L’ospedale è il purgatorio di cui al titolo, è la sospensione del tempo, il limbo in cui rielaborare. E lei irride alla propria idiozia. Suicidarsi per finire in carrozzella. Un orrore non immaginato. Il suicidio dunque una stupida immaginazione irreale di soluzione ?
Come gli uomini. Ed ecco comparire in scena, sprezzante ironico luciferino, il maschio immaginario e sfruttatore. Che dialoga con lei irridendola, e autodefinendosi maschera di tutti gli altri. Un Luciano Roffi smagliante per padronanza.
Fin qui in fondo un preludio. Ma ora – complice la struttura del teatro, particolare per i più livelli, a grotta, con botole e quant’altro – cambiamo scena e registro. Piombiamo agli inferi. E mentre Marco Fioramanti, vestito con una orientaleggiante palandrana di seta a fiorami, attraversa la scena, e butta un panno steso dentro una botola del pavimento, veniamo invitati a scendere al piano inferiore.
La botola. La caduta. Dalla finestra alla sedia a rotelle. Da angelo a dannato.
Esplode il metaforico visionario.
In avanscena una vasca (amniotica) accanto a cui una donna madre in nero
( una icastica e ieratica Giulia Nardinocchi) sciaborda ritmicamente nell’acqua panni gocciolanti, come a lavare ritualmente il dolore, di cui si fa muta testimone.
Dietro scatenamento sado erotico sciamanico. Fioramanti, su un tappeto sonoro afro percussivo, entra, incedendo lento, con un bastone della pioggia. Si avvicina alla donna, legata bendata ad una scala che scende dalla botola. La suicidaria caduta, da panno puro, a vittima impura. Cominciano tra loro, a memoria e metafora del passato, una serie di azioni fisiche di lotta erotica sadica a dominanza alterna. Si rotolano, avvinghiano, picchiano. Lui le dipinge la schiena come una sindone. La palpa. Alla fine la trascina intorno alla scena sdraiata su una zattera di tronchi.
Voci off snocciolano in modo ossessivo referti ospedalieri delle lesioni e operazioni, e dichiarazioni maschili di tradimento, e l’infermiera fa l’elenco lapidario, gelido, dei più famosi suicidi di poetesse, con annesse modalità.
E la Ilaria resiliente?
E’ ora esclusivamente Mariaelena, con addosso fosforescenti ali trasparenti verdi, da farfalla (anima?), quelle di quando ancora era una hippie sognante, in gioventù. Parla per il suo doppio muto (Ilaria), che nel frattempo, portata a bordo vasca, ed entratavi, muta, e agita dalla voce del suo doppio, battezza amnioticamente nelle acque materne il proprio rinascere.
La voce farfalla.
Prima racconta il proprio percorso: droghe sesso eccessi sogni, anoressia, derive suicidarie. Cercavo amore? Ma pensieri ossessivi di stupro. Suicidarsi per non uccidere gli altri. Autosabotaggio.
Poi…
Poi respinge in un dialogo immaginario le ragioni del maschio.
Infine combatte con la madre che la sferza a reagire, e critica le sue scelte del passato. E’ ora che veniamo a sapere la verità. Lo stupro a 12 anni. Le violenze.
Come reagire ?
Ma la madre incalza. Sei stata con le tue fantasie.
Dialogo con la madre? O con sé?

Tappe interiori, che si concludono con la voce dell’angelo, di cui parlavamo in apertura. E cala il buio, esplode la musica, mentre la farfalla tira Ilaria fuori dalla vasca, fondendo in rinascita le loro due anime.
E scoppiano gli applausi.
___________________________
“Purgatorio”, dall’omonimo romanzo di Ilaria Palomba – Drammaturgia e regia di Mariaelena Masetti Zannini – Con Mariaelena Masetti Zannini, Ilaria Palomba, Luciano Roffi, Giulia Nardinocchi, Olivia Balzar – Performance art e opere in scena, Marco Fioramanti – Scultura dal vivo, Gianluca Bagliani – Aiuto regia e conduzione musicale e coreografica, Valentina Blasi – Luci e fonica, Paolo Orlandelli – Teatro di documenti, Roma – 16-18 gennaio 2026 – Visto 16 gennaio 2026





