di Sofia Chiappini

 

BOCCONI DI SILENZIO

I lunghi mesi che vanno dal luglio 1942 al 4 agosto 1944 per la famiglia Frank, i Van Daan e il signor Dussel sono anche gli ultimi istanti in cui si è potuta ancora, in qualche senso, assaporare quel poco di vita quotidiana, che non era ancora stata sottratta loro dalla furia nazionalsocialista.

L’intramontabile speranza di riuscire, grazie a quel nascondiglio escogitato da Otto Frank, a scampare alla deportazione, conferisce linfa vitale a tutta la pièce. Ci sembra di cogliere un vero e proprio spaccato del vissuto quotidiano di questi personaggi, nonostante quest’ultimo sia sempre calato in una situazione di acuta drammaticità. Ogni sirena udita in lontananza può essere spia del più grave dei pericoli.

Davvero encomiabile è la cura registica (Carlo Emilio Lerici) per il dettaglio, che emerge, innanzitutto, dall’allestimento scenico (a cura di Vito Giuseppe Zito). La scena consta di due livelli, che ci mostrano l’interno di un piccolo appartamento o per meglio dire di un piccolo rifugio, ricavato all’ombra della ditta, che un tempo Otto Frank (Antonio Salines) gestiva insieme al suo socio, Victor Kugler. Colpisce il modo in cui si concretizza nella messa in scena il senso di angustia, di vera e propria reclusione volontaria, di cui forse solo gli/le innocenti possono essere davvero capaci. Gli occhi di una delle più grandi autrici del secolo scorso – seppure forse involontariamente o quanto meno in un’età precoce – ci mostrano l’interno di quel piccolo rifugio, ma anche di tutto ciò che, sotto la polvere e il disordine di uno spazio angusto, si affolla negli animi delle vittime.

La testimonianza e la custodia del ricordo sono delegate al mezzo teatrale in maniera assai coerente, grazie al modo in cui lo spazio scenico è abitato dalle/gli interpreti. Una modalità pregna di significati, carnale, materica, mai eccessiva e sempre attenta al dettaglio, ma anche agli sfondamenti prospettici, alle simmetrie, ai diversi piani – fisici ed emotivi – intorno a cui l’azione si articola. Si torna con questo spettacolo a un modo un po’ perduto di fare teatro, con un serio impegno attoriale e con un cast numeroso, una rarità che ha ormai quasi il sapore del miracolo (soprattuto per tutti quei teatri che non vantano gli ingenti finanziamenti propri, invece, degli Stabili). Gli/le interpreti ci presentano una varietà di stili ed età assai differenti che, tuttavia, grazie a un raffinato sforzo attoriale e regisitco, vengono indubbiamente armonizzati insieme.

Si dà vita così a un atmosfera “naturalistica”, tipica delle scene più quotidiane e delle frustrazioni della convivenza forzata (degna di nota, in questo senso, l’interpretazione di Francesca Bianco) quanto surrealista, in cui veniamo calati grazie alle commoventi confessioni di Anne Frank (Raffaella Alterio). Agli estremi di questo pregiato filo di perle, ci sono Anne e Otto, padre e figlia che così intimamente si comprendono, seppure nel pressoché assoluto silenzio reciproco.

Il diario di Anne Frank” di Frances Goodrich e Albert Hackett (trad. Alessandra Serra e Paolo Collo) con Antonio Salines, Eleonora Tosto, Raffaella Alterio, Francesca Bianco, Veronica Benassi, Vinicio Argirò, Tonino Tosto, Susy Sergiacomo, Fabrizio Bordignon, Roberto Baldassari e di regia Carlo Emilio Lerici (una coproduzione Teatro Belli/ Compagnia Mauri Sturno).

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