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Il viaggio nelle emozioni con Umberto Galimberti

Una serata alla scoperta delle emozioni attraverso lo sguardo della filosofia

Sulle emozioni le parole da spendere sono inesauribili, non bastano mai; ognuno le interpreta, ne dà una definizione, un senso personale. Perché, allora, non partire da chi, tra i primi, ne fornì un quadro, un’interpretazione; da chi costituì il nucleo fondante di tutto il nostro pensiero? I filosofi e, più in particolare, i filosofi greci riletti e ripresentati alla luce della nostra società. Umberto Galimberti, filosofo, psicanalista, editorialista e professore universitario, alle emozioni ha dedicato un incontro speciale, al Teatro Comunale di Vicenza, partendo esattamente da dove tutto ebbe il suo inizio.

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Le emozioni, per Galimberti, hanno etimologia specifica e non appartengono alla sfera razionale e al controllo; nascono nel cosiddetto “cervello antico” e si manifestano nei vissuti, nelle relazioni, nella socialità. L’emozione è una risposta affettiva, di manifestazione immediata e di breve durata. Ma soprattutto non è legata alla sfera razionale, al ragionamento, alla logica. La paura, l’angoscia, la rabbia, il riso e il pianto, il disgusto: sono emozioni, oggetto di studio della psicologia.

Umberto Galimberti, nel suo Il mistero delle emozioni (tratto dal suo testo Il libro delle emozioni), ha elencato e descritto, almeno nella prima parte della lectio, le emozioni più significative, come l’empatia, quel “sento quello che hai, quello che passa dentro di te”, un dono di natura che l’educazione e la scuola possono promuovere come valore o possono annullare. La spiegazione ha poi toccato l’emozione più forte e più potente, tema centrale dell’incontro, ossia l’emozione determinata dalla follia. Ciascuno di noi, al di sotto della dimensione razionale, ha la sua follia, il suo costituente psichico.

La dimensione folle è molto più potente della dimensione razionale. Per Umberto Galimberti, da buon psicoanalista, è il sogno ad essere il teatro della follia, dove non funzionano più il principio di non contraddizione e il principio di casualità, lo spazio e il tempo. Ogni notte, ogni persona sperimenta la propria follia, il contenuto intimo e profondo, seppellito nella psiche.

Ma chi ha fornito la spiegazione di questa dualità umana? Il primo a dare forma e fondamento al nostro modo di ragionare è Platone, inventore della ragione, fondata sul principio di non contraddizione (“una cosa è quella e non altro”). Se la verità sta nella plurisignificanza di tutte le cose e i bambini sono gli unici a catturare tutti i significati, gli unici che stanno nella verità, è pur vero che nella verità (intesa come plurisignificanza del mondo) non si può costruire una società, una convivenza. Entra in gioco, allora, il contributo di Platone che ha posto la ragione come strumento per definire e delimitare il significato di ciò che ci circonda, un mezzo per prevedere i comportamenti. La ragione, però, è utile ma non è vera, è una struttura che serve alla convivenza comune.

Il nesso tra ragione e follia è espresso tramite un enunciato che Galimberti ha riproposto diverse volte e che racchiude il cuore del “mistero” delle emozioni stesse: Platone, infatti, scrisse “i doni più grandi ci vengono dalla follia, naturalmente data per dono divino (…). La follia dal dio proveniente è al di sopra delle regole matematiche, razionali.” La ragione è un sistema di regole, ma è la follia che rivela la verità delle cose. La follia è divina, oltrepassa l’umana ragione ma ci abita, ciò significa che ognuno conserva dentro di sè un principio divino. Dentro di noi la dimensione folle è la nostra dimensione divina.

Galimberti ha aperto, allora, una delle parentesi più profonde e significative della sua narrazione, parlando delle follie identificate da Platone stesso. La follia, principio divino presente nell’uomo, è madre di tutta la creatività umana. La dimensione artistica, creativa, poetica proviene, viene ispirata dalla follia. E qui la citazione dello psicopatologio Karl Jaspers la dice lunga: “quando ammiriamo un’opera d’arte ci comportiamo come quando ammiriamo una perla, dimenticando che la perla è la malattia della conchiglia”. Senza la patologia, la malattia, la follia del suo autore l’opera d’arte non trova luce e vita. La bellezza è inquietante proprio perché richiama e racchiude quel lato nascosto, potente, insito, proprio di chi la genera.

C’è, al gradino più elevato, la follia più potente, travolgente: la follia dell’amore. Che, sempre per il filosofo greco, è la più eccelsa, divina, la più tragica. L’amore è follia. Platone ha descritto che cos’è l’amore nella sua opera cardine, il Simposio, definendolo come una sorta di individuazione, di riconoscimento reciproco della propria follia. Una condivisione che permette a entrambi i soggetti di scendere e di riemergere da questa parte più profonda e seppellita.

L’amore non è il semplice rapporto tra due individui, ma è il rapporto tra la parte razionale e la parte folle di uno, resa possibile dall’altro che, avendola individuata, concede, dà fiducia che lo stesso possa scendere nella propria follia e che ne possa uscire, ne possa riemergere grazie a questa mutua comprensione.

Per usare le parole di Galimberti: “l’amore è il rapporto tra la mia parte razionale e la mia parte folle resa possibile da te che, conoscendomi, mi consenti di scendere (nella mia follia) e di risalire”. L’amore ha un valore aggiunto: è generativo dell’io che cambia e non resta mai uguale a se stesso dopo un rapporto d’amore.

La trasposizione e la descrizione delle emozioni è passata poi al piano presente, a come le emozioni stesse e il loro impiego trovano posto e direzione nel contesto attuale, nella cosiddetta “età della tecnica”. Altro grande tema caro a Umberto Galimberti, l’“età della tecnica” è definita come la forma più elevata di razionalità raggiunta dall’uomo. Oggi viviamo in un’epoca che pone come, unico imperativo, il raggiungimento degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi. È questo il comando sostanziale della tecnica, condiviso con il mercato.

La tecnica non considera e, anzi, scarta la dimensione irrazionale, la follia, percepiti come disturbanti, come intralci alla procedura rigorosa della razionalità sistematica. La tecnica non ha scopi, deve solo ed esclusivamente funzionare a livello globale: gli obiettivi hanno valore se diventano mezzi per il raggiungimento di altri obiettivi in un processo all’infinito, senza scopi finali. Viviamo, quindi, in un’assoluta mancanza di senso, mai capitata e conosciuta dall’umanità.

La storia (così come l’esistenza) hanno senso se inquadrate in un passato, in un presente e in un futuro dove proiettare intenzioni, progetti. Il futuro, però, nell’età della tecnica, è esclusivamente perfezionamento di procedure: l’uomo, a sua volta, è diventato funzionario di apparati tecnici, deve funzionare secondo precisi valori che Galimberti individua nell’efficienza, nella produttività, nella funzionalità, nella velocizzazione del tempo. Ed è quest’ultima ad assumere i contorni tragici: l’uomo non è all’altezza della velocità imposta dalla tecnica (“questo spiega per quale ragione il 55% degli italiani utilizza psicofarmaci. E quando non bastano la cocaina”).

Non si è mai abbastanza, la performance deve essere superata, diventa urgente e necessario essere al di là delle proprie misure: tutto diventa un processo di progressivo adeguamento umano ai valori della tecnica, dove però i sentimenti non contano più niente, le emozioni devono sparire perché sono forme di disordine, di caos.

Il residuo rimanente delle emozioni viene valutato e studiato per essere utile al mercato: in una cultura nichilista, non siamo considerati dal mercato come persone, ma come produttori e consumatori. Senza consumo non c’è produzione, la soluzione pratica è il consumo forzato ossia il “portare al nulla le cose nel tempo più rapido possibile”. Il nichilismo, appunto. Perché il mercato segue le stesse logiche della tecnica: raggiungere il massimo dei traguardi con il minimo dei mezzi. Tramite due alleati fondamentali: la moda e la pubblicità, la quale non vende meri prodotti ma bisogni (come ricorda il pubblicitario Frédéric Beigbeder).

L’impiego negativo e vergognoso delle emozioni viene fatto da alcune trasmissioni televisive, in cui si assiste ad una spoliazione dell’anima data in pasto al pubblico, e dalla politica tramite la persuasione. La società è complessa, non si hanno a disposizione gli strumenti giusti per poterla interpretare, il rimedio è affidarsi a chi vuole e chiama le nostre emozioni, a chi colpisce e incanta fornendo una versione che piace, con il solo obiettivo di ottenere adesione. La politica funziona su sofisticati meccanismi di scatenamento dell’apparato emotivo, grazie anche a leader che affascinano. Le idee non contano più niente, morte assieme alle ideologie; è solo con la persuasione, con l’incanto e con l’utilizzo delle emozioni che si ottiene il consenso.

La tecnica è già diventata sociologia, psicologia, psicopatologia” significa che è possibile scegliere gli obiettivi resi accessibili dai mezzi che la tecnica mette a disposizione. Sono i mezzi che rendono possibile la scelta dei fini e noi siamo meri strumenti nelle mani della tecnica, oggetti che “subiscono” la fascinazione delle emozioni, in balia di una complessità che difficilmente capiamo e capiremo.

Con il suo Il mistero delle emozioniUmberto Galimberti ripercorre il tema delle emozioni a partire dalla lettura di Platone (ma non solo, le citazioni spaziano dalla filosofia antica agli autori del secolo scorso fino all’oggi), per arrivare ad un’analisi analitica, critica e lucida della realtà attuale, dove le emozioni stesse non sono più follia, ma rimasugli da utilizzare e controllare, da incanalare nelle vie opportune, decise dalla tecnica. Vige il puro nichilismo, la vendita inconsapevole delle proprie aspirazioni alle logiche soffocanti e interminabili della tecnica, dove non basta mai nulla. Ma è proprio questo nulla, il niente a sovrastare ogni valore, ogni desiderio, ogni progetto. Si assiste quasi ad un ribaltamento di concetto: non siamo più contagiati dalla nostra follia originaria, ma dalla malattia di un mondo incancrenito da schemi razionali, procedurali, economici che si riversa sulle nostre stesse azioni e sulle nostre aspettative. E non ce ne accorgiamo.

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L’invito implicito è quello di tenere accesi la consapevolezza e il riconoscimento di tutto quello che ci accade, delle infrastrutture “invisibili” che ci circondano, grazie alla voce della filosofia, del pensiero antico così come di quello più contemporaneo. Galimberti non lascia molti margini positivi alla società, all’età della tecnica e al presente così come al futuro, toglie ogni velo romantico e romanzesco al concetto di emozione per restituircelo nella sua forma più pura e incontaminata: la follia, quella parte divina custodita dentro a ciascuno, più potente di ogni razionalità. Sembra non esserci scampo alla tecnica che fagocita e rigetta, in un ciclo continuo, senza termine. Occorre essere e stare pronti, occorre non dare nulla per scontato: sulla scelta si fonda la democrazia, l’unica possibilità di espressione e di azione da proteggere e tutelare in mondo alla deriva.

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Il mistero delle emozioni – Teatro Comunale di Vicenza – di e con Umberto Galimberti – immagine di copertina/in evidenza: Teatro Comunale di Vicenza

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