di Miriam Bocchino

 

Buio in sala, la flebile luce di una lanterna a rischiarare il palcoscenico. Un uomo porta con sé quella luce: quell’uomo è Simone Cristicchi che ci racconta la storia del Cristo dell’Amiata.

“Il secondo figlio di Dio” è un monologo teatrale scritto da Manfredi Rutelli e Simone Cristicchi, interpretato dallo stesso Cristicchi con la regia di Antonio Calenda.

La pièce narra una storia arcaica, antica e imperniata di fatica e di credenze popolari.

La Toscana dell’800 è “una terra più vicina al Medioevo che al Rinascimento”. È un territorio in cui la popolazione sopravvive agli stenti dell’esistenza con clemenza e sudore.

Davide Lazzaretti, questo il nome del protagonista di cui lo spettacolo narra, nasce nel 1834, è il secondo di sei figli maschi in una famiglia di barocciai, ossia di carrettieri. Cresce con mille idee in testa, di carattere estroverso ma sofferente di emicranie che lo turbano soventemente. È un giovane che sa leggere, nonostante la sua provenienza da una famiglia povera e analfabeta: questo grazie all’arciprete.

Nei suoi viaggi con il padre Davide scopre le meraviglie della natura, finché il 25 aprile del 1848 accade qualcosa di straordinario per il fanciullo.

“La vostra vita è un mistero che un giorno sarà rivelato”: queste le parole che Davide ascolta, pronunciate da un frate che gli compare durante uno dei suoi viaggi nella Maremma.

Una visione che Davide tiene nascosta e rivela solo alla madre.

Gli anni trascorrono, Davide si sposa, diviene padre e si arruola volontario nella cavalleria piemontese.

Con l’avvento dell’Unità di Italia si accorge, tuttavia, dello spaesamento che vive la popolazione e il Paese e si rende conto che è necessario credere in qualcosa per sopravvivere all’esistenza stessa. Ricomincia, quindi, a leggere e a studiare, sopraggiungono in lui le prime idee di “giustizia sociale” finché nel 1868 ha una seconda apparizione. Dopo 20 anni il frate, che si scoprirà essere San Pietro, gli rivela che è giunto il tempo di compiere il suo destino: è necessario recarsi a Roma, da Pio IX, a svelare questo mistero.

Davide riesce ad incontrare il papa e successivamente, non avendo ottenuto il giusto ascolto, si dedica allo studio e alla coltivazione della terra in un territorio arso e duro finché sul Monte Labbro non costruisce la sua chiesa. La popolazione stanca e sfiduciata dalle istituzioni e dalla religione diffusa dai parroci, segue Davide nella sua nuova idea di fratellanza.

“Formare di tante famiglie una sola famiglia comune”: questa propugna il protagonista.

Istituisce, infatti, “La società delle famiglie cristiane”, comunità mai autorizzata e composta da oltre 5.000 persone, in cui la comunione dei beni, l’uguaglianza tra uomini e donne, la solidarietà e l’istruzione per tutti sono alla base.

Davide, tuttavia, subisce, anche, l’ostracismo del potere il quale lo teme e lo considera un pericolo per la società, fino al tragico epilogo della sua esistenza.

Sul palcoscenico Simone Cristicchi impersona, dandogli voce, i diversi personaggi di cui racconta, dalla moglie, ai figli, ai soldati, ai proseliti, al prete del paese.

Cristicchi, come un moderno Omero, ci racconta con i gesti e le parole la storia straordinaria di un uomo semplice.

Il palcoscenico diviene elemento vitale della vicenda narrata: l’artista si muove tra la scenografia, essenziale ma efficace. Abita la scena (Domenico Franchi), facendo rivivere davanti agli occhi dello spettatore ciò che Davide stesso ha vissuto. Attraverso il carro mobile del barrocciaio, con una serie di accorgimenti scenici, ricostruisce le diverse ambientazioni della storia: smonta, sposta e ricostruisce il carro, aggiunge e sottrae elementi.

La luce tenue (Cesare Agoni), quasi di un’altra dimensione, rende la storia di Davide lontana e appartenente ad un momento storico in cui “credere” era necessario.

Simone Cristicchi riesce a ridare dignità e riconoscibilità alla figura di colui che è stato definito “Il Cristo dell’Amiata”: un uomo che, indipendentemente dalla valenza religiosa che può ricoprire in un fedele, è rappresentazione della possibilità di rinascita e cambiamento. Lo fa attraverso una performance curata in ogni dettaglio. La musica (Simone Cristicchi eValter Sivilotti) è parte integrante dello spettacolo attraverso le canzoni popolari inedite interpretate dallo stesso Cristicchi e dell’ausilio del Coro Ensemble Magnificat di Caravaggio che, con melodie in stile gregoriano, restituisce la sacralità della storia.

La voce di Cristicchi racconta un uomo che nel corso del tempo ha suscitato interrogativi e dilemmi, anche tra le personalità conosciute, come Pasolini, Maupassant, Lombroso e Tolstoj.

“E’ matto uno che vuole mettere in pratica, alla lettera, quello che c’è scritto sul Vangelo?”

Davide rimane un mistero tutt’oggi, interrogarsi sulla sua figura è lecito ma è inutile cercare una risposta all’enigma.

In tempi di incertezza, di dolore e confusione la storia di Davide è necessaria.

Indugiare nella speranza è fondamentale: questo ci narra il racconto popolare del Cristo dell’Amiata.

“E’ una storia che se non la senti non ci credi e se non te la raccontano non la sai”.

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