Il folklore siciliano rivive nel coraggio di Bradamante

La raccolta di racconti di Flavia Catena si ispira alle leggende tramandate da Giuseppe Pitrè

Tredici racconti per raccontare di un tempo che non c’è più, ma che con le sue leggende continua a influenzare i costumi di una terra. La scrittrice siciliana Flavia Catena, con Il coraggio di Bradamante e altre storie, si ispira al folklore dell’isola e agli scritti del grande etnologo Giuseppe Pitrè e tratteggia personaggi tanto realistici quanto avvolti da un’aurea mitica, che nella leggenda si muovono e da essa sono influenzati, rimanendo sempre persone comuni, concrete.

La memoria, l’amore familiare, la fede e la ricerca di sè: questi solo alcuni dei temi presenti nei racconti, che prendono sempre spunto da una credenza, una tradizione oppure da un’usanza attestata nelle ricerche del Pitrè. Ed è proprio un estratto dalle opere del grande studioso a fare da introduzione ad ogni storia.

Come riportato nelle note di copertina, “Il reale e il fantastico si mescolano per dar vita a storie originali, dove uomini e spettri abitano lo stesso mondo, provano gli stessi sentimenti; dove paura e coraggio agiscono insieme per il superamento di una difficoltà, dove la nostalgia non è una zavorra, ma una spinta verso il futuro”.

Nelle pagine di Flavia Catena scorgiamo il quotidiano fatto di gesti millenari, il gusto per le piccole cose, l’importanza del chiedersi sempre il perchè, la voglia di superarsi e mettersi alla prova, la capacità di meravigliarsi ancora come i bambini. La leggenda è metafora di saggezza, risposta corale alle domande che l’umanità si pone dalla notte dei tempi, forza per andare avanti nonostante tutto, cibo prezioso e necessario alla resilienza popolare.

Figure non mitologiche, ma calate in una realtà che sembra un poema epico, i personaggi di questi racconti, nel loro muoversi al di là del tempo, rendono evidente l’universalità dei sentimenti e delle battaglie umane, spesso combattute contro forze interiori ben più insidiose del nemico armato di spada.

Nella curiosità insaziabile di vedere il mare che anima la giovane Maria, nell’eredità artistica di un padre che lascia in dono alla figlia l’amore per i pupi, nel tormento delle anime dannate erranti in processione per non essere dimenticate, nel miraggio di una città che di tanto in tanto appare lontana sul mare c’è una tavolozza di sogni, angosce, speranze, conforti e illusioni che parla non solo con noi, ma soprattutto di noi. E ci ricorda che per guardare al futuro è sempre utile avere delle radici a cui reggersi. Perchè, come diceva Cesare Pavese “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via“.