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Ifigenia in Aulide: la scelta dinanzi all’irrisolto

Una tragedia antica, un conflitto remoto e profondissimo, la cui voce echeggia implacabile tra le pieghe della contemporaneità

In medias res, un uomo in dissidio esce dalla sua tenda. L’uomo si scontra col re, il re si scontra con sé stesso alla luce notturna dell’Aulide, e interrompe il silenzio.

Una scena scarna, che lascia spazio alla potenza dei corpi, una luce blu, che evoca la vastità della notte, sono gli elementi che ci conducono nell’Ifigenia in Aulide di Euripide al Teatro della Visitazione di Roma il 22 settembre per la regia di Alessandro Machìa.

Lo spettacolo, realizzato nella versione di Fabrizio Sinisi si inserisce nell’ambito del festival urbano Visit-Azioni Contemporanee, divenendo parte integrante di un essenziale quanto necessario intento: riportare il teatro nelle periferie, recuperarne l’intento paideutico e salvifico e, nel farlo, ripartire dalla tragedia, organismo che meglio restituisce nel suo farsi, la contraddizione insita nell’uomo, l’irriducibile dicotomia della sua essenza.

È questa stessa contraddizione ad incendiare il cuore di Agamennone all’inizio del prologo, la dicotomia inalienabile tra uomo e re, tra umanità fragile, commossa, e stoica accettazione del volere degli dei, della dea Artemide, disposta a placare la sua ira alla sola condizione che Agamennone sacrifichi sua figlia Ifigenia.

La condizione è dettata dal fato, il fato si epifanizza nella parola di Calcante, l’indovino, attraverso il quale l’offesa della divinità si fa manifesta: se la primogenita del re non sarà offerta in sacrificio, Artemide impedirà ai venti di spirare rendendo impossibile ai greci il viaggio verso Troia.

Un tranello, la menzogna di una convocazione a nozze architettata per mascherare lo scempio, per attirare la figlia lasciandola ignara fino al suo arrivo sul fato che la attende, la crudezza del dolore offuscata dalla fatua promessa di una gioia.

I miei occhi sono pieni di buio! – grida allora Agamennone in preda all’angoscia, e la sua inquietudine – così resa dalla presenza scenica di Andrea Tidona– si sposta dalla sfera esistenziale dell’uomo, costretto per sua natura alla lotta del sé, ad un’ulteriore piano di lettura, quello che investe e lega l’uomo di potere, investito dalla piena luce, incaricato, e per questo ancor più impossibilitato a cedere ai flutti della sua umanità.

Ma ecco che alla sabbia costiera dell’Aulide marina, giungono le donne di Calcide (Carlotta Rondana, Lorenza Molina, Nicole Mastroianni, Angiolina Cicalese), unite in un canto monodico e solenne, l’attenzione si trasferisce sulla flotta degli achei allargando la veduta sul controcampo, sull’elemento antropico, su cui potrebbero scagliarsi le conseguenze del dissenso divino.

Se fino ad allora la furbizia dell’inganno era servita da palliativo, meccanismo di offuscamento di fronte al potenziale e duplice senso di colpa, lo scontro con il fratello Menelao (Fabio Pasquini), l’impossibilità di tirarsi indietro non fanno altro che avvicinare Agamennone alle radici del suo struggimento.

Sono in una trappola, gli dei mi hanno incastrato! – il corpo attoriale è sottoposto al climax che vede allargarsi, dilagare e infine implodere la frustrazione di Agamennone nell’incontro con la figlia, dove l’uomo sembra scomparire lasciando spazio al cupo stoicismo del sovrano.

All’arrivo di Achille, restituito dall’attore Massimo Odierna, non più eroe e semidio ma come uomo ferito, spirito ardente e ferito nell’orgoglio, ogni verità viene a galla.

Il suo sbigottimento, infiammato quanto rivela l’inutile sfarzo di un matrimonio fasullo, la trama della menzogna, le sue ragioni sotterranee, le sue conseguenze; e mentre gli achei attendono inoperosi e armati tra le sponde dell’Euripo, si scatena furiosa, la rabbia di Clitemnestra.

Nell’espressività di Alessandra Fallucchi, il ruolo della figlia di Leda riesce a declinarsi sapientemente come simbolo di dignità nella sofferenza. L’atroce dolore derivante dalla prospettiva di morte della figlia, non è restituito come follia cieca, ma profonda e capillare indignazione, presenza viva dinanzi all’ingiustizia del contesto.

Ma mentre la madre offesa si scaglia contro le circostanze, e il padre implode rinnegando la sua umanità, mentre i personaggi si schierano nell’atroce battaglia tra sostegno alla ragion di stato e disperata ribellione all’ingiusto volere degli dei, l’occhio spettatoriale si rivolge a Ifigenia.

Laddove il conflitto di suo padre, distillato e mai risolto nel corso della rappresentazione, aveva trovato il suo sbocco nella cieca obbedienza al volere degli dei, nella protagonista ogni aspettativa viene disattesa, e tale sconvolgimento ci appare eloquente nella fedele interpretazione di Carolina Vecchia.

Dapprima sconvolta dal terrore di finire così piccola nella terra nera, dapprima agonizzante di fronte all’idea della propria morte, Ifigenia rovescia il ruolo di vittima che le era stato imposto quando la sua voce risuona, sconcertante e consapevole saturando lo spazio: «morirò di mia volontà».

Accadimento rivoluzionario che fa confluire in sé l’antinomia delle tesi avverse, l’avvento della consapevolezza tramuta la donna da spettatrice a fautrice del proprio destino, non più oppressa dalla paura, non più agente nello spazio sminuente dell’altrui decisione, la donna diventa protagonista della sua sorte offuscando con la sua scelta entrambe le dicotomiche reazioni al volere degli dei, comprende il proprio valore e manifesta la sua volontà.

Nell’atto assurdo, nella scelta illogica, nella profondità silenziosa della sua azione, sta forse il segreto del ribaltamento delle sorti, nel finale, imperscrutabile intervento degli dei.

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Ifigenia in Aulide di Euripide, nella versione italiana di Fabrizio Sinisi – Regia di Alessandro Machìa – Con: Andrea Tidona, Alessandra Fallucchi, Fabio Pasquini, Carolina Vecchia, Massimo Odierna e con Carlotta Rondana, Lorenza Molina, Nicole Mastroianni, Angiolina Cicalese – Prodotto da Compagnia Zerkalo con il supporto di Roma Capitale – Visit-azioni Contemporanee Festival Urbano delle Arti e del Dialogo – Teatro della Visitazione 22 settembre 2026

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