di Alessandra Antonazzo

 

Ispirato alle poesie di Jacques Prévert, “I ragazzi che si amano”, scritto e interpretato da Gabriele Lavia e in scena al Teatro Eliseo fino al primo marzo, travalica i confini del recital poetico per approdare a un efficace gioco meta-teatrale in grado di coinvolgere il pubblico in un dialogo ricco, esperienziale, mai stanco.

Ad accogliere lo spettatore, a sipario aperto, una scenografia pulita, tanto essenziale da sembrar dipinta. Le luci aranciate dei lampioni su un manto di foglie cadute e una panchina verde, protagonista e fulcro dell’intero spazio scenico. Dalla parte opposta, la casa: un appendiabiti, un tavolo, l’impermeabile adagiato su una sedia.  Tuoni forti e un leggero rumore di pioggia preannunceranno ogni poesia, accompagnando il pubblico per mano lungo la Rue de Seine, tra i versi del poeta francese.

È Lavia a interpellare il pubblico in maniera diretta, cercandolo in platea, coinvolgendolo in prima persona per dare vita a un vero e proprio dialogo con gli spettatori che si protrarrà fino alla fine dello spettacolo. La selezione ponderata e coerente delle poesie interpretate sottende un accurato lavoro di ricerca a partire dai versi che danno il titolo allo spettacolo.  “I ragazzi che si amano si baciano in piedi/Contro le porte della notte/E i passanti che passano li segnano a dito/Ma i ragazzi che si amano/Non ci sono per nessuno”, recita l’attore, trascinando lo spettatore in una interessante caccia al significato della parola francese “enfants”. Non propriamente ragazzi bensì bambini, per estensione: gente, umanità diverse. Umanità calate in una realtà di matrice platonica nella quale gli uomini, proprio come nel mito della caverna, vivono in un mondo di ombre e oscurità, refrattario alla luce. Umanità in grado di amarsi lontano dal buio della disumanità.

Protagonista indiscussa della pièce, la poesia di Jacques Prévert. Recitati in purezza o interpretati attingendo a piene mani nel ricco bagaglio dell’attore, fatto di corporeità e movimento scenico, i versi di appoggiano all’ausilio di interessanti excursus etimologici e approfondimenti, a tratti didattici ma mai insistenti.

Con l’alternarsi veloce di performances musicali, monologhi e riferimenti, lo spettacolo è reso fruibile ai più giovani, in una sapiente commistione di ars scaenica e ironia. A sostenere le indiscusse doti attoriali di Lavia, interprete carismatico che non abbandona lo spettatore nemmeno per un istante, le note di una fisarmonica in lontananza e la musica, protagonista al pari delle parole, di Giordano Corapi.

Durante tutta la durata della pièce, i versi di questa o quella poesia catapultano lo spettatore tra le pagine di letteratura e storia dell’arte, greco e filosofia passando attraverso riferimenti al cinema, all’attualità e al quotidiano in uno spettacolo volutamente discontinuo. Da Magritte a Presley, da Picasso ai Beatles, da Heidegger alla luce bianca dei capolavori di Hopper, la voce narrante che guida il protagonista è senza dubbio il coraggio dell’entusiasmo giovanile, imprevedibile e lunatico, capace di omaggiare Il pensiero poetico di Jacques Prévert.

E così, senza alcun preavviso, il pubblico conoscerà i volti di un’umanità ferita dalla guerra ma ancora capace di amare. Assaporerà il disagio di intrufolarsi piano tra le vesti di “Barbara”, sul suo corpo bagnato di pioggia. Cadrà a terra come un fiore rovinato e rotolerà via, irrimediabilmente, insieme alle monete della poesia “Dalla Fioraia”.
Prenderà fuoco sul proscenio, solo per qualche istante, insieme ai tre fiammiferi di Prévert, accesi da Lavia uno ad uno sul palco. 

Costumi a cura di Elena Bianchini
Regia, luci e scenografia a cura di Gabriele Lavia

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