di Paola Tiriticco

 

 

“Non ci sono né cattive erbe né uomini cattivi.  Ci sono solo cattivi maestri”.

Con queste parole di Victor Hugo si chiude il film “I Miserabili” di Ladj Ly, presentato a Cannes 2019, dove ha ottenuto un grande successo di pubblico e critica, offuscato solo dal fenomeno “Parasite”.

Il film condivide con il romanzo di Hugo non solo il titolo, ma anche l’ambientazione, quella periferia parigina dei sobborghi abitati da immigrati, ieri come oggi, Montfermeil, lo stesso quartiere dove Jean Valjean incontra Cosette.

Non si tratta però di una trasposizione moderna del libro, ma della dimostrazione che in certe zone dei nostri civili ed avanzati paesi nulla è cambiato, nelle condizioni di vita ma anche e soprattutto nelle miserie dell’umanità varia che le popola.

E non si parla solo degli ultimi, non si parla solo di emarginazione, ma di assenza di cultura e quindi di opportunità di riscatto.

In questo film non ci sono i buoni ed i cattivi, la legge ed i delinquenti, tutto si mescola senza la possibilità di un giudizio etico, lo spettatore si ritrova a condannare, giustificare, biasimare o comprendere ogni personaggio. E’ questa la forza di Ladj Ly, l’assenza di giudizio.

E’ un quadro in movimento, dove nessuno è innocente, forse solo i bambini che lo sono per definizione e le cui azioni sono semplicianche quando sono violente, scevre dalle tante manipolazioni degli adulti.

I Miserabili ha ottenuto in Francia un grande successo di pubblico, dopo aver vinto 4 César  (i premi assegnati annualmente ai migliori film e alle figure professionali del cinema francese)  tra cui miglior film e premio del pubblico. In Italia l’uscita nelle sale è stata molto breve per l’epidemia di Covid ed è ora possibile vederlo nelle principali piattaforme.

Il regista Ladj Ly, di origini malesi, sa di cosa parla quando descrive la banlieu, è nato e cresciuto nel sobborgo di Montfermeil, e conosce molto bene il suo degrado e la sua rabbia.

Il film ha un ritmo che ci tiene incollati, la storia ed i personaggi sono raccontati con riprese a volte ravvicinate, quasi intime, a volte corali, come, in apertura, i festeggiamenti al Trocadero per la coppa del mondo del 2018.

Un’umanità varia, i fratelli musulmani, i neri d’Africa, gli zingari, i poliziotti.  Nello scorrere del film vedremo saltare, via via, ogni traccia di etica, di ragione, ognuno con le sue piccole e personali frustrazioni, con la rabbia che sfocia sempre in violenza e sopraffazione, con ricatti ed accordi, concessioni ed ambiguità che ci impediscono un giudizio, sospendono la nostra empatia con i personaggi, in un’altalena di ragioni e torti, comprensioni e condanne.

E’ un film che è quasi un documentario che però entra nei personaggi, li tratteggia e ce li fa scoprire, le loro paure e fragilità si esprimono nella sopraffazione e nell’incapacità di andare oltre e cercare un altro modo possibile di vivere.

I moti di Clichy-sous-Bois e Montfermeil del 2005 sono fin troppo riconoscibili insieme alla consapevolezza che nulla è cambiato.

Tuttavia il finale che Ly ci propone è aperto, non sappiamo se l’onestà e la generosità possano cambiare le cose così come era successo a Jean Valjean con il Vescovo Myriel ed i candelabri d’argento.

L’ultima scena ci lascia sospesi e forse ancora una volta viene in nostro soccorso Victor Hugo: “La società è colpevole di non fornire un’educazione gratuita per tutti, e deve rispondere per la notte che produce”.

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