di Alessandra Antonazzo

 

 

 

Enfant prodige, imperdibile voce cinematografica e strepitosa interprete, Paola Quattrini è la regina indiscussa della commedia brillante. Attrice a tutto tondo, al cinema, in tv come in teatro, la poliedrica artista ripercorre insieme a noi la sua carriera costellata di importanti premi e preziosi riconoscimenti. Un’intera vita in simbiosi col suo pubblico e con l’arte di fare spettacolo, quella di Paola Quattrini, una donna capace di credere nell’amore, nella bellezza, nel potere di un’emozione, di una risata. Dal recente successo del cortometraggio “Fedora”, per il quale l’interprete ha vinto il premio come miglior attrice al Dubai Independent Festival e al Festival di Los Angeles, alla partecipazione di “Slot” al Festival Teatrale di Borgio Verezzi fino a giungere al debutto di questa sera con “Oggi è già domani” al Teatro Manzoni di Roma, Paola Quattrini si racconta a Quarta Parete in un’intervista raffinata, sincera, romantica.

 

Il suo è un inizio da bimba prodigio al cinema, a soli quattro anni in radio, accanto a Corrado a otto anni e a teatro con Luigi Squarzina a dieci anni. Che ricordi ha della sua carriera di attrice bambina e a chi deve, oltre che alla sua grande passione e al suo talento, questo inizio?

Dobbiamo andare talmente indietro nel tempo che i ricordi diventano gli aneddoti che mi hanno raccontato. Credo che essere attrice risieda proprio nel mio DNA. Ho avuto una sorella che ha fatto l’attrice dopo di me, Marisa, che purtroppo ho perso quando aveva solo quarant’anni e che ha lavorato nel Giardino dei Ciliegi con Luca Ronconi. Lei iniziò dopo di me perché mio padre non voleva: diceva che quello dell’attrice era un mestiere poco serio. Lei all’epoca aveva quindici anni, era già ragazza, e tra noi c’era questa grande differenza d’età. Diceva: “Paola? Sicuramente è una cosa da bambina, poi le passerà!”. E invece non mi è passata per niente. La recitazione è diventata la mia vita, la cosa più importante della mia vita! Ho imparato a essere l’attrice che sono grazie ai colleghi al fianco dei quali ho recitato, ma in famiglia non credo che vi fossero stati segnali prima di me. 

 

Nella sua carriera, come abbiamo visto sin dall’infanzia, si sono susseguiti diversi generi e moltissimi successi. Dalle commedie di Garinei e Giovannini di cui lei è stata regina indiscussa, ai ruoli drammatici. Teatro, tv, pièce di Pasolini, Sartre, Tennessee Williams, Dostoevskij e poi ancora cinema e doppiaggio. Più un artista è poliedrico più è difficile rispondere alla domanda che sto per farle: Ci sono, e se ci sono quali sono i ruoli ai quali si sente più legata?

Nell’arco della mia lunghissima carriera ci sono senza dubbio ruoli ai quali sono particolarmente legata. Ogni tanto mi capita di dire tra me e me: “Ah sì, ho fatto anche quello!”. L’altro giorno ad esempio mi hanno inviato una foto dello spettacolo La Papessa Giovanna con Andrea Giordana, me ne ero quasi dimenticata! E come dimenticare? Mi spogliavo in scena nei panni di quel personaggio. È chiaro che ci sono spettacoli che ti rimangono sulla pelle e altri che scivolano via, ma in fin dei conti sono tutti importanti perché i miei spettacoli sono la mia vita. Io so che in questo o quel periodo durante la preparazione di questo o quello spettacolo accadevano determinate cose nella mia vita personale. La mia vita di donna e il ricordo dello spettacolo sono un tutt’uno. Ogni spettacolo è importante perché racchiude qualcosa. Chi ruba un piede è fortunato in amore di Dario Fo, ad esempio, mi ricorda che in quel tempo era nata mia figlia e me la portavo in tournée. Ricordo che a Torino faceva tanto freddo, recitavo al Carignano, e vedevo questa bambina piccola piccola col suo nasino rosso, me la portavo in giro carrozzina. Ogni spettacolo è un ricordo di me donna. È tutto intrecciato e collegato: la mia vita, i miei amori, la mia famiglia.

Professionalmente potrei dire che certamente Blanche DuBois, la protagonista di Un tram che si chiama desiderio, è uno di quei personaggi che più mi è rimasto nella pelle, nel sangue. Anche perché ho faticato tanto per interpretare quel ruolo, per costruire quello spettacolo.

Ci sono poi spettacoli che sembrano “più facili”, ma non per questo meno importanti. Ti arriva la scrittura, leggi il copione… con A piedi nudi nel parco ad esempio è capitato proprio questo. Mi ha entusiasmata dal primo momento, l’ho portato in scena ed è stato un grande successo.  Al tempo mi fidanzai anche col protagonista, Stefano Santospago. In quello spettacolo recitava con me una fantastica Lia Zoppelli. Fu una tournée pazzesca, bellissima! Come poteva non esserlo quando sei innamorata, felice, con il partner di scena che è anche il tuo amore!

Quelli con la ditta Garinei-Giovannini sono stati incredibili successi, momenti di grande popolarità. Portare in scena le commedie al Sistina, andare in tournée, Biglietti d’Oro dell’Agis vinti come migliore spettacolo. Mi ricordo le serate di premiazione a Taormina, quando ancora si poteva, e le premiazioni per gli spettacoli con i maggiori incassi. Sono ricordi bellissimi che si mischiano con gli applausi, con la gioia di esserci, con la risata dei colleghi.

Per i giornali, la stampa, la critica, oggi quasi del tutto inesistente a dire il vero, sono stata più premiata come attrice drammatica mentre secondo me il pubblico mi ha amata più perché lo facevo ridere con le commedie brillanti.

 

Nastro d’argento come miglior attrice non protagonista per l’interpretazione di Lea in Fratelli e sorelle di Pupi Avati, Premio Flaiano alla carriera e molti altri riconoscimenti, fino ad arrivare al prestigioso premio del 12 marzo: miglior attrice per il cortometraggio Fedora al Dubai Independent Festival e al Festival di Los Angeles. Una vittoria non solo personale ma di tutta l’Italia. Cosa rappresentano per lei questi riconoscimenti? Ci parli di questo suo ultimo successo.

È un lavoro nato per caso, non costruito, sorto sull’entusiasmo di alcuni giovani che mi hanno coinvolta. È un progetto portato a termine per passione, senza guadagno. Tutti noi siamo attori professionisti, appassionati e seri, e abbiamo cercato di dare il meglio divertendoci molto. Per me è fondamentale: più mi sento amata, più do.

Quando entro in scena sento immediatamente il pubblico. Se è dalla mia parte mi faccio in quattro per restituirgli tutto l’entusiasmo. Così come nelle amicizie, se vengo delusa mi chiudo a riccio, l’amore porta amore! Ma ritorniamo a Fedora: lo spettacolo è nato da un grande amico, il giovane stilista di talento Marco Coretti. Ho amato lavorare anche con Andy Marrari, regista e ideatore di questo cortometraggio.  Questo progetto è stato un vero e proprio “boomerang” che ha viaggiato per tutto il mondo e sta “tornando” con molti premi, ad esempio il mio come miglior attrice a Los Angeles. E non finisce qui, perché Fedora seguita a viaggiare e anche qui a Roma ha aderito a festival molto importanti. I cortometraggi che hanno partecipato sono stati tantissimi, si vede che questo nostro lavoro è piaciuto particolarmente, è stato qualcosa di magico.

Al momento sto per prendere parte a un nuovo spettacolo, e menomale che si riesce a fare spettacolo! Per questo devo ringraziare la passione per il teatro di una produttrice, Marioletta Bideri. Ha dato vita a questa produzione, Bis Tremila, e in passato abbiamo portato in scena insieme Quartet, uno spettacolo di gran successo con Cochi Ponzoni, Erika Blanc e Giuseppe Pambieri; tra noi è nato un bel rapporto, di stima reciproca. Ora, nonostante le tante difficoltà che ci sono per mettere in piedi uno spettacolo, (un’impresa da folli, ma chi ama il teatro è un po’ folle), facciamo Slot, una commedia scritta e diretta da Luca De Bei dove a recitare siamo in tre: io, Paola Barale e Mauro Conte. La commedia debutterà al Festival Teatrale di Borgio Verezzi il 14 luglio.

Vorrei in quest’occasione ricordare ed elogiare lo sforzo e il coraggio della produzione. I produttori privati, e sottolineo privati, non sono sovvenzionati, non hanno recepito nulla o quasi nulla. Investono con coraggio e danno lavoro a tanta gente ma vivono un momento molto difficile.

 

Come vede il futuro del teatro alla fine (perché si spera che giunga presto la parola “fine”) della pandemia?

La passione vince sempre. Riusciremo a emergere non con i soldi che ci daranno ma con la passione che ci aiuterà a sopravvivere. Se aspettiamo gli aiuti penso che possiamo anche fare la fame. Portare in scena uno spettacolo con questi distanziamenti e queste restrizioni sarà complesso. Già c’era poco pubblico prima, s’immagini adesso quante difficoltà potranno sorgere. Applausi quindi a tutti coloro che hanno voglia di fare. Io sono convinta che riusciremo a venirne fuori. Il Festival di Borgio Verezzi è senza dubbio un segnale di avvio per il teatro.

 

Altro simbolo importante del suo amore profondo per il teatro è La Fabbrica di Ponte Milvio, laboratorio teatrale che ha dato modo a molti giovani di sperimentare le gioie e i dolori del palcoscenico. Quale è stato il suo rapporto e il suo approccio con questi giovani alle prese con il teatro?

Il teatro fa bene a tutti, anche ai non professionisti. Un’ esperienza come questa, trovare alla fine di una giornata pesante di lavoro, di vita, uno spazio per noi per poter alimentare ciò che amiamo, ciò che ci fa crescere, quello che regala aria alla nostra anima, è molto importante. La fabbrica di Ponte Milvio ha significato moltissimo per tante persone. È stata una gran fatica, a dire il vero in questo momento non credo che riuscirei a rifarlo. Mi sono impegnata molto, sempre con la professionalità che mi contraddistingue, con persone che non erano professioniste come me, e ho notato che questa mia passione ha coinvolto tutti e ha lasciato il segno in molti.

 

Ha quindi un ottimo ricordo di questo “teatro alla portata di tutti”?

Assolutamente sì. Ancora oggi quando incontro qualcuno del gruppo mi sento dire: “È stato il momento più bello della mia vita”. Questa è per me una grande soddisfazione.

 

Paola figlia, sorella, mamma di Selvaggia (splendida attrice e doppiatrice), Paola nonna! Lei che è un esempio per le donne che vogliono fare dell’arte e del teatro la propria vita, come vive l’esser donna nella società d’oggi? Cosa si sente di consigliare a chi, in questo momento storico delicato, vuole intraprendere lo studio e una carriera nel mondo dello spettacolo?

Nel mondo dello spettacolo o in qualsiasi altra cosa ti piaccia, ti renda felice, ti faccia star bene! L’importante è cercare di volersi bene. Accadono cose che ci frenano, si diventa tutti più cattivi e sospettosi. Quindi cerchiamo di aprirci, e se troviamo uno spazio, qualcosa che ci faccia bene, senza mai fare del male agli altri, ben venga. Dobbiamo vivere.

Io sono fortunata perché faccio ciò che mi piace e vivo del mio lavoro, ma se anche qualcuno ha scelto o è costretto a fare un altro mestiere, la cosa essenziale è che trovi lo spazio per vivere, che so, suonare uno strumento, cucire, disegnare abiti. Io spero che da questa catastrofe che ci ha colpiti si possa uscire non incattiviti ma con una maggiore creatività. Abbiamo immagazzinato tante di quelle emozioni che in qualche modo devono venire fuori!

 

Poco prima del primo lockdown era in tour con Se devi dire una bugia dilla grossa. Come vive personalmente questo momento che stiamo attraversando, un periodo delicato in cui il teatro ha subito una battuta d’arresto e nel quale abbiamo dovuto scovare, dentro noi stessi, personali “strategie di sopravvivenza”?

Faccio l’attrice ma sono una donna molto pratica. Vivo cercando di stringere la cinghia, come hanno fatto tutti, facendo qualche piccola rinuncia. Sono sopravvissuta. Cerchiamo di trasformare tutte queste brutture che abbiamo vissuto in un’energia positiva che ci faccia essere più creativi e anche più buoni con gli altri. Ciò che più mi infastidisce e mi fa soffrire in questo periodo è la paura, il sospetto, la diffidenza.

 

Odiati, temuti, amati, i social network si sono rivelati preziosi, insieme alle piattaforme streaming, per la sopravvivenza del teatro in questi ultimi tempi. Che rapporto ha con i social e soprattutto cosa pensa del teatro in streaming?

Quella scaturita dal teatro in streaming è un’altra emozione rispetto a vedere l’attore dal vivo. È un teatro filtrato. Tuttavia resto aperta a ogni tipo di le soluzione; del resto è come quando ho fatto le commedie in diretta tanti anni fa in televisione. Recitavi in diretta, provavi quell’emozione e quasi dimenticavi la telecamera, il “fatto meccanico”. Recitavi e basta, ti davi e il pubblico notava se l’attore sbagliava, si impappinava, cadeva o risolveva un problema che poteva nascere. Nel teatro dal vivo non puoi ripetere, sistemare, correggere.

 

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