I Lunatici, intervista al regista Marco Belocchi

Patrizia Boi*

Dal 17 al 27 novembre a Roma, al Teatro Marconi (viale Marconi, 698e), andrà in scena “I Lunatici”, spettacolo tratto dall’opera teatrale omonima di Thomas Middleton e William Rowley, che l’ultima volta è stato messo in scena nel lontano 1966 da Luca Ronconi. Si tratta di un importante testo del teatro elisabettiano inglese che il regista e attore Marco Belocchi ha deciso di reinterpretare secondo la sua personale visione. 

Elaborazione grafica di Maria Letizia Avuto

La vicenda si dipana nel contesto di una Spagna immaginaria, dove la protagonista, Beatrice, che è sul punto di sposare un nobile, si innamora di un avventuriero, il mago Alsemero. Da questo momento ogni azione, perfino l’assassinio, sono giustificati per liberarsi di persone che diventano via via inopportune. Si commette un delitto dopo l’altro, con leggerezza, come se non ci fosse un’altra scelta…

Cerchiamo di comprendere le motivazioni dei personaggi attraverso l’occhio attento e vigile del Regista, Marco Belocchi.

Marco, perché la futura sposa semplicemente non annulla le nozze? Quali sono le motivazioni che la conducono a macchiarsi di un delitto? Il denaro? La reputazione? La follia?

Inizialmente forse è solo leggerezza. Una ragazza capricciosa che non si rende conto del gesto che sta commettendo, o meglio che fa commettere da un servo odiato. Nella sua mente pensa anzi di liberarsi di due persone che detesta: il futuro sposo e il servo viscido, ma naturalmente sbaglia i calcoli e questo la porterà ad una discesa folle verso il male.

Hai scelto per il tuo ruolo da Attore il personaggio di Alsemero, come ti senti a calzare i panni di un avventuriero? Come hai fatto entrare dentro di te la figura del mago malvagio?

Chi fa teatro è sempre un po’ un avventuriero, forse un avventuriero dell’anima e della psiche e in questo dramma è quasi un personaggio positivo, si lascia trascinare dall’amore, nonostante presagi negativi e alla fine paga uno scotto, ma non si macchia di efferatezze folli come altri. Insomma non è un mago malvagio, forse uno studioso che per la follia d’amore non riesce a leggere la realtà dei fatti…

Durante le prove – Foto di Maria Letizia Avuto

E la tua Beatrice com’è? Ingenua? Scaltra? Affascinante? Sinistra? Amabile? Inconsapevole?

Inizialmente appunto inconsapevole, certamente con un fascino, magari sinistro e con l’andar della vicenda sempre più perverso e infine criminale. Un personaggio difficile e contorto che la scrittura di Middleton disegna con grande profondità, in un tempo in cui la psicanalisi certo non esisteva.

Beatrice è Valentina Maselli – Foto di Maria Letizia Avuto

Quanto influiscono le musiche dell’ottimo Fabio Bianchini per far crescere la tensione di scena?

Moltissimo! Abbiamo lavorato su dei climi musicali da film muto, ripescando suggestioni atonali e stravinskiane. Ricordo che ho spostato l’ambientazione ai primi decenni del novecento, e Fabio, con la sua abituale maestria ha evocato atmosfere davvero cinematografiche!

Che tipo di scelte ha fatto il musicista per i momenti topici in cui si consumano i vari delitti?

Come afferma Fabio Bianchini stesso: «Le scelte in generale che hanno influenzato la composizione di questa musica di scena sono state le indicazioni di Marco di trasporre l’ambientazione della vicenda nei primi del ‘900, anziché nel 1600, data del testo originale. Con riferimenti a lavori come “Il gabinetto del Dottor Caligari”. Un film Horror tedesco del 1920. Le musiche di quel periodo si basano molto sulla composizione atonale. Ovvero quella tecnica di composizione in cui un suono è in relazione al successivo, senza più quella sintassi della musica tonale che continua ancora oggi a dare agli ascoltatori un senso di compiutezza riconoscibile. Al contrario la musica atonale restituisce una sensazione poco o affatto codificabile all’ascolto, che è molto adatta a diffondere un senso di disagio, tensione, irregolarità.  Che io ho inteso sfruttare soprattutto nell’orchestrazione dei momenti di tensione più tragici della vicenda. Tornando invece ad una composizione tonale in altri momenti più romantici. Ma sempre con un sapore amaro, triste. Mai positivo. Per poi fondere le due tecniche di composizione in altri momenti ancora del testo, legati alla rappresentazione di un manicomio, fatto di ospiti folli o con deficit cognitivi e allo stesso tempo molto ambigui nel loro manifestarsi».

G. Ribè, F.Morciano e V. Maselli (Foto Maria Letizia Avato)

I costumi e le foto di scena sono stati affidati a Maria Letizia Avato, è stato difficile riportare la scena al mondo vittoriano?

Non è esattamente vittoriano ma appunto primo novecentesco, direi più vicina a certe immagini dell’espressionismo, pittorico (la locandina è tratta da un quadro di Ensor) e cinematografico. Direi comunque che non è stato difficile, una volta individuata una strada e si hanno le idee chiare e coerenti, il lavoro di squadra procede abbastanza facilmente.

Come agisce il senso di colpa in Beatrice, quali sono le sue luci e ombre?

Forse Beatrice non ha un vero senso di colpa, quando imbocca la strada del delitto semplicemente non può tornare indietro, come avviene credo a qualunque criminale. Un delitto ne porta un altro e poi un altro ancora. Solo alla fine chiede perdono, ma è troppo tardi. Quando si entra in contatto col male, si resta invischiati, forse lei quasi se ne compiace, si potrebbe pensare che il male l’aspettasse al varco, alla prima occasione è caduta.

Quanto c’è di Commedia e quanto di Tragedia in questa rappresentazione?

Si alternano in una simmetria quasi perfetta. Al mondo della corte si contrappone il manicomio, ma la pazzia e la tragedia albergano nel mondo reale, nel manicomio tutto è deformato grottescamente e in fondo diventa innocuo, da commedia appunto.

Come hai congiunto la trama dell’opera con la sottotrama che si svolge in un manicomio?

Le due trame si alternano e praticamente si incontrano solo nel finale, ma l’una è speculare all’altra, alla follia innocua dei pazzi e degli idioti corrisponde una follia ben più pericolosa nella corte, dove violenza, sesso, perversità e omicidio dominano le pulsioni dei personaggi.

La figura di Alibius, direttore medico della casa dei pazzi, da chi sarà interpretata? Avrà qualche caratteristica del Teatro shakespeariano che tu spesso hai rappresentato?

L’attore è Giovanni Ribò, attore di esperienza che ne fa un medico strampalato, forse più attento al denaro che alla medicina, oggi diremmo un direttore sanitario con pochi scrupoli. E poi gelosissimo della moglie giovane e bella, assediata da molti pretendenti. 

Isabella è Tania Lettieri (Foto Maria Letizia Avato)

Quanto è importante la figura di Isabella, interpretata da Tania Lettieri, ai fini del messaggio finale che si vuole trasmettere al pubblico?

Isabella è quasi lo specchio di Beatrice, ma non ne ha la perversità, rimane una sposa forse infedele, ma alla fine non persegue fini malvagi, fermandosi ad una certa malizia. Attraverso lo smascheramento dei pretendenti che si fingono idioti prende coscienza della follia del mondo, se l’avessero corteggiata senza stupidi sotterfugi avrebbero magari ottenuto qualcosa.

E la funzione di tutta la pletora dei personaggi che si fingono pazzi o idioti per poterla corteggiare, senza che l’assistente del medico riesca ad accorgersene, è una critica al mondo scientifico inglese o al nostro universo contemporaneo?

In realtà l’assistente medico, finge di non accorgersene con lo scopo più basso di approfittare della situazione e possedere lui la bella Isabella. Potrebbe essere un doppio grottesco di De Flores senza averne però la statura tragica e violenta.

La figura del servo è simbolica di una condizione dell’uomo moderno? 

Non saprei, è un personaggio complesso, dove le pulsioni e l’istinto sono primari, dove la brama del possesso supera quella per il denaro, probabilmente se Freud lo avesse letto e analizzato avrebbe potuto scrivere pagine notevoli.

La figura dell’avido, perverso e passionale De Flores, interpretata da Fausto Morciano, è solo un coacervo di ombre, oppure nella sua vibrante passione presenta i caratteri dei grandi eroi negativi shakespeariani?

Certamente può avvicinarsi a dei grandi personaggi shakespeariani come Jago, ma in più ha una perversità sessuale che Jago non aveva, lo avvicinerei anche ad Angelo di Misura per misura, altro dramma che mi tenta moltissimo.

Fausto Morciano è De Flores (Foto Maria Letizia Avato)

Angeli e diaboli, bianco e nero, maschio femmina, luce e buio, è la commedia della dualità o della complessità dell’animo umano?

Sì, si potrebbe sintetizzare così, è anche la commedia dei mondi rovesciati e, come direbbero le streghe di Macbeth, dove il brutto è bello e il bello è brutto.

Qual è il messaggio finale dell’opera? 

Credo che ognuno possa trarne un suo messaggio, ognuno può coglierne degli aspetti e delle sfumature. Certamente l’immagine che rimanda è inquietante, la ragione è bandita e ognuno è preda delle pulsioni, e appunto la follia dilaga a vari livelli, senza che ce ne accorgiamo e alla fine tutti ne sono impregnati. Direi che per i tempi che viviamo, con le dovute differenze, piuttosto attuale. 

I Lunatici

Regia Marco Belocchi

Compagnia: Associazione Culturale Genta Rosselli

Con Marco Belocchi, Valentina Maselli, Tania Lettieri, Fausto Morciano, Maurizio Casté, Giovanni Ribò, Simone Destrero, Valeria Giolitti

Date e orari:

giovedì 17 novembre 2022 alle ore 21:00
venerdì 18 novembre 2022 alle ore 21:00
sabato 19 novembre 2022 alle ore 21:00
domenica 20 novembre 2022 alle ore 17:30
giovedì 24 novembre 2022 alle ore 21:00
venerdì 25 novembre 2022 alle ore 21:00
sabato 26 novembre 2022 alle ore 21:00
domenica 27 novembre 2022 alle ore 17:30

*Giornalista e scrittrice