Dallo scontro tra colossi per la Warner al flop Disney, fino al successo di Zalone e alla longlist BAFTA per Sorrentino: il cinema globale è in piena trasformazione.
Hollywood, con la sua storia centenaria e quella delle grandi major — MGM, Warner Bros., RKO, Fox, Disney e Universal — non è più la stessa. Anche le regine di quel cinema che ha costruito il mito delle star, le stesse che per darsi maggiore prestigio idearono il galà degli Oscar il 16 maggio 1929, con la prima cerimonia nei saloni dell’Hollywood Roosevelt Hotel di Los Angeles, proprio di fronte al celebre Chinese Theatre e a pochi passi dall’attuale complesso Sony, la cui struttura richiama Intolerance, il primo colossal degli anni Venti diretto da David W. Griffith, oggi appaiono parte di un’epoca lontana.
Alla faccia delle stelle incastonate sui marciapiedi di Hollywood Boulevard, con i nomi degli artisti che hanno costruito il mito, quella Hollywood — così come l’intera California, terra promessa colonizzata dall’industria cinematografica — sta cambiando pelle, tra trasformazioni industriali, nuove piattaforme e un sistema produttivo sempre più globalizzato.
Oggi i nuovi padroni dell’audiovisivo sono gli artefici delle serie televisive miliardarie e si chiamano Netflix, Paramount e HBO, con alle spalle colossi finanziari e tecnologici. In questo scenario si inserisce anche la potentissima Oracle del multimiliardario Larry Ellison, sostenuto politicamente anche dalla Casa Bianca, impegnato da tempo in un’asta al rialzo per accaparrarsi l’intera Warner Bros. Discovery, inclusi gli studi di HBO, HBO Max e naturalmente gli storici studios Warner di Burbank, con la leggendaria palazzina — oggi museo — dove i tre fratelli Warner avviarono la produzione del nuovo cinema, contribuendo all’invenzione del sonoro.
In queste profonde trasformazioni di mercato non è esente neppure la Disney, costretta a rivedere i propri piani distributivi dopo il flop di Ella McCay, una commedia costosissima che riunisce molti elementi del grande cinema classico americano, ma che è stata accolta freddamente dal pubblico. Il risultato è stato un insuccesso clamoroso che ha spinto la casa di Topolino a cancellare alcune importanti uscite europee, come quella in Francia, mentre in Italia il film — con il titolo Perfetta imperfetta — arriverà soltanto in primavera.
E a proposito della gara per l’acquisizione della Warner, nelle ultime ore salgono le quotazioni di Netflix rispetto a Global Oracle. Il regno di Reed Hastings può infatti contare su un bilancio invidiabile e, soprattutto, su un flusso di cassa costante, con risorse che perfino il secondo uomo più ricco del mondo, Larry Ellison — cofondatore di Oracle, con un patrimonio stimato intorno ai 400 miliardi di dollari — difficilmente potrebbe eguagliare con la stessa immediatezza. Chiacchiere di mercato? Forse. Ma segnali, di certo, di un sistema in profonda trasformazione.
Intanto, parlando di box office e guardando in casa nostra, in Italia, i dati ufficiali Cinetel raccontano una storia incoraggiante: grazie ai quasi 60 milioni di euro incassati e agli oltre sette milioni di spettatori che dal 25 dicembre a oggi sono andati in sala, Buen Camino con Checco Zalone, diretto da Gennaro Nunziante, sta trainando la ripresa dell’intero comparto cinematografico nazionale. «Il denaro non dà la felicità, ma procura una sensazione così simile che è un ottimo surrogato», diceva Woody Allen: battuta a parte, di cinema — e dei suoi meccanismi — se ne intendeva eccome.
Chiudo con una notizia incoraggiante: La Grazia di Paolo Sorrentino è entrato nella longlist dei BAFTA 2026, un segnale importante per il cinema italiano, con l’auspicio che possa trasformarsi in un riconoscimento concreto per un settore che, da troppo tempo, manca l’appuntamento con i grandi premi internazionali — l’ultimo risale al 2014 con La Grande Bellezza. Incrociamo le dita. Auguri!





