di Giorgia Leuratti

 

 

L’immagine è infinitamente riproducibile, l’uomo, risucchiato dall’apparato scenografico (Flavia Mastrella)cambia luogo e posa, irrefrenabile fino a rendersi multiforme, onnipresente perché decontestualizzato a dismisura.

Solo un corpo abita dapprima lo spazio, un corpo che attraverso l’oggetto moltiplica sé stesso, si sdoppia, si deforma, si trasforma a contatto con lo spazio e i suoi elementi: andato in scena fino allo scorso 22 Dicembre, “Fotofinish” è il primo dei tre spettacoli di Antonio Rezza e Flavia Mastrella (Leoni d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia 2018) in scena al Teatro Vascello di Roma.

Macchina da fototessere, cornice vivente ma anche bicicletta: strumenti ma anche elementi dialoganti, gli oggetti diventano parte integrante per la costruzione di un soliloquio che incessante ribalta ogni convenzione identitaria e sociale, decostruisce i luoghi comuni, mette alla berlina ogni loro incongruenza.

“Raddoppio sempre le parole per sentirmi meno solo” – esacerbazione surreale del “one man show”, lo spettacolo mette in scena l’angoscia di un uomo, la costruzione di un’identità presunta veicolata dalla necessità spasmodica di ritoccare lo sguardo verso se stessi, di sdoppiarsi per evitare la solitudine.

Una routine asfissiante, iterata fino all’eccesso, dove ospedali, abitazioni, costruzioni non sono altro che nicchie che possano contenerci, bolle che possano proteggerci dai nostri “precipizi interiori”: nel flusso di una narrazione dove l’oggetto diviene tanto immaginifico quanto evocatore di situazioni concrete, la narrazione diviene irriverente al punto di invadere la platea stessa.

E’ la presenza di una piattaforma bianca che funge da corridoio tra finzione scenica e realtà del pubblico, che si attua un ribaltamento dei piani, la violenta metamorfosi dello spettatore, forse reticente, in personaggio non più osservante ma coinvolto.

Nelle incursioni di Armando (Ivan Bellavista), nel rumore della sua clava sbattuta ferinamente a terra, nel continuo rimando alla polemica tanto di genere quanto di religione si articola un racconto giullaresco che attrae e spaventa, che ricorre alla smorfia, alla posa innaturale, alla manipolazione del linguaggio.

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