Riceviamo e pubblichiamo da Sabrina Sabatino

 

Fasci di rami sparpagliati sulla superficie bianca di un palco illuminato, dove sono già in scena all’ingresso degli spettatori i tre performer della Compagnia Atacama diretti dal coreografo Riccardo Guratti,  per la messa in scena nella serata del 19 dicembre al Teatro India di “Forest“. Spiccano in ciò che indossano fantasie colorate, floreali, che rievocano il titolo della performance. Ciascuno nel suo assolo definisce una traiettoria individuale, stabilisce il proprio centro, si stacca dall’altro. Non c’è nessuna relazione tra loro in un primo momento, l’unica interazione che si realizza è quella tra l’uomo e l’oggetto inanimato per il tramite della corporeità.

Presto lo spazio finisce per assumere un significato più vivido, quando una musica tribale di tamburi e percussioni elettroniche incede in sottofondo e scandisce o, se interrotta, sospende il tempo. Lo spazio bianco è la foresta che prende vita, pulsa come organismo, in essa il corpo diventa il mezzo fisico e simbolico per esplorare il rapporto tra uomo e natura, i suoi limiti e le sue estensioni.

Corpi che sono oggetto e centro della visione e su cui si posa uno sguardo parziale. Difficile si rivela, infatti, osservarli contemporaneamente, insieme. Isadora Tomasi, dapprima avvinghiata ai rami come un prolungamento ipertrofico, compie a ripetizione gesti rituali. Giuseppe Vincent Giampino cerca inutilmente un contatto visivo con gli altri, muovendosi da un vertice all’altro della scena mentre pratica esercizi che ricordano le arti marziali. Davide De Lellis disarticola e fraseggia i movimenti come un robot, li ripete serialmente. Sono corpi che generano scrittura di materiale coreografico, scuotono immaginari anche in assenza di parole, provano a raccontare.

 Questo lavoro di ricerca, sondando codici espressivi ed estetici della danza contemporanea e le sue modalità performative, procede su assi paralleli e sovrapposti (di tempo e spazio, di dinamismo e stasi) mette in risalto difformità e analogie tra le azioni dei performer, ognuna produttrice di movimento o ricettrice di stimoli (sotto l’influsso della contact impro). Sta alla soggettività di chi guarda decodificare il senso, entrare in empatia con gli interpreti, associare mimeticamente quei movimenti all’ordinario. Questa molteplicità di letture apre a punti di vista diversi, trasporta lo spettatore in un’atmosfera evocativa e ancestrale, aiuta a riflettere sul corpo come medium di conoscenza delle cose, degli altri e dell’invisibile (topico, ad esempio, il momento in cui Giampino, al centro della scena, agita le fronde nell’aria). 

La struttura coreografica si trasforma in composizione corale armonica quando le azioni dell’uno sfociano nello spazio dell’altro. Echi percettivi, rifrazioni sensoriali, corrispondenze tra il mondo animale e vegetale in cui nella danza l’uomo si ricongiunge con la natura, raggiunge un equilibrio quando il ritornello cantato dall’unica performer, seguita a intervalli dagli altri, invade la scena. Cantano a intermittenza, interrompono e riprendono un motivetto in inglese, mentre ammucchiano lentamente quei rami che accatastati andranno a comporre un fuoco, il cerchio da cui tutto può ricominciare, in attesa di una nuova luce.

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