Focus sul prestigioso Premio Campiello ricordando Philippe Daverio

 di Paola Tiriticco

 

In una splendida Piazza San Marco si è svolta, sabato 5 settembre, la serata finale e la premiazione della 58° edizione del premio Campiello.

L’appuntamento è stato fortemente voluto ed organizzato da tutti i protagonisti del premio, a testimonianza della voglia di non arrendersi, di rinascere e di ridare alla cultura il posto centrale che deve avere nella nostra società e che ci permetterà presto di riprendere il mare, finita la tempesta.

Una serata di festa dunque, condotta da Cristina Parodi e con un pubblico di circa 1400 invitati, tra ospiti istituzionali, esponenti del mondo della cultura e delle case editrici.

Il premio Campiello rappresenta, fin dalla sua prima edizione nel 1963, un’occasione importante per parlare di letteratura ed è sicuramente una vetrina privilegiata per autori anche molto diversi tra loro.

Ha nel suo DNA, a cominciare dal nome, l’idea di condivisione, di piazza, nell’accezione di agorà, di confronto e apertura, come ha voluto fortemente sottolineare l’ideatore e realizzatore della serata, il regista ed autore, Massimo Martelli.

Una Venezia in festa, dunque, che non fa nessuna fatica ad incantarci, e sottolinea il glamour tutto italiano che da sempre condisce la nostra cultura e che tanto fascino esercita sugli stranieri.

Protagonisti assoluti sono stati, ovviamente i cinque finalisti, selezionati dalla Giuria dei Letterati, quest’anno presieduta da Paolo Mieli, scelti tra 200 libri ammessi al concorso dal Comitato Tecnico:

 

Patrizia Cavalli “Con passi giapponesi” (Einaudi)

Sandro Frizziero “Sommersione” (Fazi Editore)

Francesco Guccini “Trallumescuro. Ballata per un paese al tramonto” (Scrittori Giunti)

Ade Zeno “L’incanto del pesce luna” (Bollati Boringhieri)

Remo Rapino “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”  (Minimum Fax)

 

Ha vinto Remo Rapino ottenendo 92 voti sui 264 della Giuria dei Lettori Anonimi, staccando di parecchio gli altri finalisti.

Ma la serata ha avuto tanti altri protagonisti, a cominciare dal ricordo di Philippe Daverio, storico e critico appena scomparso, che per molti anni è stato nella giuria del Campiello, da lui definita, con la sua tipica ironia, il Circolo Pickwick.

Poi certo, un altro personaggio celebre era tra i finalisti, seppur in una veste insolita, Francesco Guccini, qui come autore di un libro e non di canzoni. Anche per lui il Campiello è un sogno, una festa inaspettata per chi avrebbe da sempre voluto essere scrittore e si è ritrovato invece a scrivere canzoni, che sono alta letteratura e poesia, colonna sonora di tanti anni importanti per l’Italia.  Con modestia avverte che è molto più difficile scrivere una canzone e che con i libri si trova più a suo agio e procede come un treno. L’impressione è che la verità sia tutta nell’augurio che gli rivolge la figlia alla vigilia della finale, qualunque cosa succeda rimane un maestro della parola.

Nel corso della serata è stato consegnato anche il Premio alla Carriera ad Alessandro Baricco che è salito sul palco sulle note de “La leggenda del pianista sull’Oceano” di Ennio Morricone, tratto dal suo libro.

Il suo è stato un messaggio di ottimismo: “viviamo un momento pazzesco in cui stiamo creando una civiltà nuova che ci dà anche sgomento. Siamo una civiltà più aperta, che accetta il rischio. Ogni tanto si pensa al passato come qualcosa di migliore mentre il secolo scorso è stato un secolo di orrori, errori e violenza. Noi siamo migliori.”

Nulla come questa visione riassume meglio il senso profondo della serata, della gioia di parlare di libri, di cultura, di civiltà e di confronto e di immaginare un futuro un po’ migliore del passato che ci stiamo lasciando alle spalle.

 

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