di Paola Tiriticco

 

 

Un diario ritrovato, una voce narrante, dei bambini con le loro famiglie, anonime villette a schiera di una piccola borghesia né ricca né povera, un’estate che sta per cominciare con le sue promesse.

Sembra l’inizio di una favola ma, come suggerisce il titolo, si tratta invece di una favolaccia.

Il secondo film dei fratelli D’Innocenzo, presentato a Berlino e vincitore dell’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura, non ha avuto il tempo di uscire nelle sale a causa dell’emergenza Covid 19 ed è oggi disponibile on demand.

Favolacce è un pugno nello stomaco, è una tristezza vischiosa che scende piano piano e che senti invadere l’anima in profondità. E’ un film violento senza violenza, duro, talmente vero da spaventare.

Ambientato nella periferia romana di Spinaceto, tutta fatta di casette e di una piccola borghesia sempre più povera, arretrata, la classe dei vorrei ma non posso, delle tante frustrazioni, del Suv usato, della piscina gonfiabile in giardino ed il sogno di una vacanza che non ci si può permettere, insieme ad un futuro che è un lusso anche solo immaginare.

Il forte disagio degli adulti, la loro rabbia per le prospettive che gli sono state sottratte, per le promesse disattese, si riflette negli occhi annichiliti dei bambini.

Bambini che guardano ma non capiscono quel profondo malessere, non hanno gli strumenti per decifrare l’assurdo mondo degli adulti ed i loro comportamenti.  Ne escono vinti, come già vinti sono i genitori.

Un film forte, potente, toccante, assurdo e fantasioso, a cominciare dalla trama ma che si avvale anche  di una tecnica cinematografica particolare ed una regia che accompagna il crescendo di empatia dello spettatore, sono infatti spesso le immagini che contribuiscono ad aumentare la tristezza e l’ansia.

I due registi fanno un uso molto personale della macchina da presa, portandoci a volte vicinissimi ai volti, dentro gli ambienti, filmando dei dettagli che ci immergono completamente nella storia.  Altre volte invece il quadro è più ampio a mostrarci quel paesaggio che non è città e nemmeno campagna, non è degrado ma neanche bellezza.

E se i bambini sono vittime, anche gli adulti non hanno le armi per salvarsi e lo si capisce da subito, dal primo momento, lo capiamo dalla violenza a volte repressa e silenziosa e a volte esplosiva, dai gesti quotidiani, dalle piccole e grandi disattenzioni, dalla freddezza dell’affettività.

Gli attori, tutti, adulti e bambini, hanno un ruolo importante nel trasmetterci l’umiliazione, la prostrazione e l’annientamento di una vita diversa da quella promessa, chiusi in un angolo senza avere davvero delle alternative.  Elio Germano e Barbara Chichiarelli, ben rappresentano la coppia archetipo del disagio dei nostri tempi, sotto la patina di una normale routine cova, infatti,  una profonda emarginazione. Voce narrante quella di Max Tortora.

E solo alla fine quella voce narrante ha il dubbio di aver portato lo spettatore troppo a fondo nelle angosce dell’animo umano, nasce lo scrupolo di aver scritto una favolaccia troppo nera. Ma le favole si sa, sono luoghi pieni di orchi e lupi cattivi, matrigne assassine e streghe orribili. 

Ecco, i fratelli D’Innocenzo con le loro Favolacce sono proprio questo mondo oscuro.

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