Francesca Benedetti ancora regina della scena

Per l’ultima volta “Erodiade” di Giovanni Testori: l’incantesimo della sua arte al Teatro Vascello nel fulgido oscuro atto di ribellione della madre di Salomè.

Ci sono volte in cui l’incanto del teatro si spalanca in tutta la sua magnificenza. L’addio alle scene di Francesca Benedetti indossa le parole dell’Erodiade di Giovanni Testori, celebre drammaturgo che cucì addosso alla Benedetti il Macbetto. Nella rilettura di Testori del mito di Erodiade non è Salomè ad essere follemente innamorata di Giovanni Battista, ma Erodiade stessa, che arriva al punto di cedere alla figlia le attenzioni e il favore di Erode al patto che ella ottenga la testa del profeta.


Seduta su un trono rosso dal colore analogo alle sue vesti così da sembrare un tutt’uno e con ai propri piedi un bacile che sappiamo contenere la testa del profeta, Erodiade vomita di parola in parola il supplizio della propria anima tormentata. Straripa di rabbia, come un vulcano che erutta lava di risentimento e disperazione, arrivato al suo limite. Si muove sinuosa tra una parola e l’altra, come se stesse recitando la formula di un incantesimo fatale e corroborante.

Strega e ammalia in questo monologo di un’ora, con al centro della scena il trono di Erodiade e intorno il nulla, mentre dietro sono proiettati su uno schermo i disegni di Testori della testa mozzata di Giovanni Battista, una sequenza di immagini il cui alternarsi scandisce il ritmo dello spettacolo. Quello di Francesca Benedetti è un sortilegio di arte e poesia, dove grazie alla sua voce possente e dalle infinite sfumature le parole rimbombano furenti, si estendono nello spazio circostante dominandolo, appropriandosene. Alla parola accompagna gesti decisi ed espressivi, che rafforzano il suo verbo, come quando sulla parola frantumare il gesto delle mani che sembrano sgretolare qualcosa unito al tono della voce evoca la sensazione di una parola che fra le mani si frantuma realmente.

Infatti pur essendo seduta tutto il tempo del monologo, Francesca Benedetti riesce a catalizzare su di
sé l’attenzione oltre che con la voce anche con una gestualità estremamente evocativa e accentuata che accompagna passo dopo passo il versante verbale, anche qui ricordando le movenze di un rito magico. Con il dolore della sua voce riesce a riprodurre lo strazio dei disegni di Testori, sempre proiettati dietro a monito della tragedia che si sta consumando. Erodiade diviene voce di un’esigenza del presente, quella dell’uomo moderno che vuole affermare la propria volontà e autonomia dagli dei, giungendo a uccidere Dio stesso.

È il nichilismo, dove una volta uccisa la divinità l’essere umano si ritrova sì a regnare e affermare la propria supremazia, ma sul Niente. La colpa di Erodiade è la propria sete di libertà e aver dato ascolto alla volontà del proprio cuore. Questa conflittualità tra cristianesimo e nichilismo è un nucleo concettuale fondamentale nello spettacolo, dove anche lo stesso paganesimo ha un suo ruolo, in quanto religione dove i desideri basilari e carnali della persona coincidono con ciò che la divinità benevola, onnipotente e non scalfibile, promette, mentre nel Cristianesimo Dio stesso ha patito dolore e morte e così sarà
per chi lo seguirà.

L’Erodiade di Testori è anche sacerdotessa, sia della religione pagana sia del nichilismo, e profetessa. Proprio come colui che ha ucciso, lei vede il futuro, soprattutto del cristianesimo e della scia di sangue e sacrificio che si porterà dietro. Infine Erodiade è una maschera. Truccata di bianco, non è solo personaggio, ma anche attrice. Qui il testo prevede una lettura metateatrale: Francesca Benedetti oltre a impersonare Erodiade è anche l’attrice che la interpreta e che porta con sé sulla scena profonde riflessioni sull’essenza e il destino del teatro. Ad aprire lo spettacolo è una voce fuori campo che spiega brevemente l’intento artistico di Testori e l’essenza di un disegno che rende visibile il volto stesso della poesia, proiettando su una tela che copre il palco le parole che pronuncia.

La regia è di Marco Carniti, che fa un lavoro eccezionale e suggestivo, cucendo lo spettacolo addosso alla personalità forte e trasgressiva, carismatica e seducente di questa regina della scena che è Francesca Benedetti. Durante la sua performance sono fisse su di lei delle luci rosse e si alterna invece un’illuminazione che va dal giallo al viola, dal bianco al blu, per tornare al rosso o all’oscurità. Così la pelle dell’attrice si colora delle varie sfumature dell’anima, e l’atmosfera si permea delle variazioni dell’universo, che amplificano la forza e il vigore quasi mascolino della Benedetti.

Corpo e voce femminili e al contempo androgini che incarnano il sommo atto di ribellione umana, sguardo magnetico solcato dalle pieghe del dolore umano. Tanta la commozione nell’assistere a un evento artistico così intenso e memorabile, reso ancora più penetrante dalle parole finali di Francesca Benedetti che durante i saluti era visibilmente commossa e si è detta circondata “da un muro d’amore”. Ha chiuso questa esibizione esemplificativa di una carriera straordinaria con un monito da non dimenticare: l’arte non è immagine della realtà, non è un’imitazione, ma la vita stessa in tutta la sua
potenza. Come a un certo punto sembra dire anche Erodiade è la bellezza che dà senso a tutto questo agitarsi e soffrire, che salva dal Nulla che accerchia, dalla banalità e dal grigiore. L’arte può tutto ciò. Con Erodiade la grande attrice assolve la sua protagonista dalla colpa mortale e la affida alla memoria, nella speranza che l’oblio non riesca a corrodere ogni fulgido oscuro atto di ribellione umana.

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Erodiade. Di Giovanni Testori. Drammaturgia e regia, Marco Carniti. Con, Francesca Benedetti. Video Artist, Francesco Scandale. Musiche originali, David Barittoni. Aiuto regia, Francesco Lonano. Produzione, La Fabbrica dell’Attore. Teatro Vascello, 26 e 26 marzo 2025