Elvis di Buz Luhrmann

“Esiste in natura un uccello senza zampe, costretto a volare nel vento per non morire.”

La parabola di Elvis Presley, il re del Rock and Roll, si riassume in questa bellissima metafora presente nel film partorito dalla geniale mente di Buz Luhrmann, ora nelle sale di tutto il mondo. All’interno della ruinistica cornice dell’Isola Tiberina che da 28 anni ospita con grande seguito il progetto “Isola del Cinema”, ho ammirato uno dei migliori film degli ultimi anni e forse il miglior musical biografico mai prodotto. Non è un biopic rigido, documentaristico, che non lascia spazio alla rielaborazione artistica: anzi è piuttosto il manifesto del cinema di un maestro come Buz Luhrmann, che mette costantemente il suo marchio su ogni singolo fotogramma. I colori chic, il fascino per paillettes, le tinte sgargianti, i diamanti, l’oro su fondo nero alla Grande Gatsby sono elementi propri della fotografia di Luhrmann che mai come in questo film possono esprimersi al loro massimo. 

La scena d’esordio è pressoché mimetica della presentazione delle casate dei Montecchi e dei Capuleti in Romeo + Giulietta, ponendo già le basi per la riconoscibilità del regista. È possibile dividere in due macro filoni narrativi, tanto il film quanto la vita di Elvis. Nella prima parte, la scoperta e l’ascesa di un giovanissimo, bellissimo, rivoluzionario Elvis Presley, interpretato da un perfetto Austin Butler, ovviamente fanno da padrone. L’infanzia difficile nel quartiere afroamericano di Memphis, dove la musica scorre nei locali jazz e blues, in alternativa al sermone cantato di un reverendo, affascinano e forgiano la personalità di Elvis. Esempio lampante è la scena catartica del piccolo Presley che durante una classica messa protestante “vede la luce” mentre danza e canta al ritmo gospel (un chiaro riferimento al celeberrimo The Blues Brothers di John Landis). In conseguenza di questa prima parte, la fotografia non può che essere frenetica, destrutturata, così da creare nello spettatore un senso di instabilità divertita, un’ebrezza delle immagini, una specie di Paura e delirio a Las Vegas.

Il suo ancheggiamento dionisiaco farà letteralmente impazzire il mondo (la storia rivedrà una cosa simile solo con la Beatlesmania) e gli causerà non pochi problemi con l’ala conservatrice del paese. È proprio da qui che si divincola la seconda parte del racconto, con un registro narrativo molto più introspettivo; e dunque la droga, la morte della madre, l’uscita di scena per la chiamata alle armi, in alternativa alla galera per istigazione alla perversione – atteggiamento tipico statunitense nell’offrire due strade per levarsi dai piedi un problema, come successo anche con Muhammad Alì, nella logica individuata da Marcuse di “confortevole, levigata, democratica non-libertà” – e soprattutto il rapporto controverso con il suo agente, il “Colonnello” Tom Parker, occupano tutta la narrazione di questa seconda, drammatica parte.

La voce narrante della vicenda è proprio quella del Colonnello, interpretato magistralmente da Tom Hanks, che incarna l’ideale americano dell’arrivista per eccellenza, inventore del merchandising, ed intento a raccontare tutte le fragilità dell’uomo Elvis elevato al rango di Dio dalla folla ebbra della sua musica. L’orizzonte storico della narrazione è l’America dell’età dell’oro di Hollywood, uscita vittoriosa dalla guerra, ma che sta per la prima volta affrontando con vigore e cognizione di causa la questione razziale. È qui che Elvis diventa rivoluzionario, non ha paura di schierarsi a favore di Luther King e Bob Kennedy e soprattutto è il bianco che suona la musica dei neri, così come farà decenni più tardi un giovane rapper bianco di nome Eminem, presente nella sigla finale, con il brano The King and I.

Il tutto avviene nella cornice degli stati del Sud di un’America ancora troppo razzista per accettare la libertà sintetizzata in quel movimento d’anca di Elvis The Pelvis.

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