di Claudio Riccardi

 

La tragedia greca di nuovo protagonista sul palco di Teatro Vascello. Dal 25 marzo al 3 aprile è andato in scena Elettra – Tanta famiglia e così poco simili, spettacolo adattato e diretto da Andrea Baracco sulla drammaturgia che Hugo Von Hoffmanstahl realizzò a partire dall’opera di Sofocle. Il racconto, in questa produzione de “La Fabbrica dell’attore”, viene focalizzato sulle tre figure femminili: Crisotemi, Elettra, Clitennestra. A interpretarle, rispettivamente, sono Carlotta Gamba, Flaminia Cuzzoli e una sempre impeccabile Manuela Kustermann. Personaggi che vivono un’esistenza condizionata dal dolore e dalla rabbia per l’uccisione di Agamennone. Re, padre e padrone di una famiglia che è irrimediabilmente segnata, che vive tensioni interne, equilibri non risolti ed ha sete di vendetta.

Le tre donne vorrebbero vivere condizioni diverse da quelle effettive: Crisotemi vorrebbe sposarsi e diventare madre, e invece è ancora “solo” figlia; Elettra vorrebbe avere dei genitori veri ed invece è orfana; infine Clitennestra che suo malgrado è carnefice ma vorrebbe “convertirsi” a vittima. Le tinte, suggerite anche dall’impianto luci di Javier Delle Monache, sono tetre, apocalittiche e un po’ dark, come intonano anche alcuni passaggi musicali dove Cuzzoli mette in mostra lirismo rock e ruvidità growl. Rabbia animalesca, classica. Tormenti sclerotici, contemporanei. Che si sfogano con reazioni decise e ai limiti della violenza carnale anche verso la candida sorella minore. Sono entrambe prigioniere di catene famigliari che si dimostrano appiglio tutt’altro che amorevole e sicuro. In una gabbia, anzi ai confini di un cubo posto al centro della scena, al cui interno siede “il potere”. Luca Brinchi e Daniele Spanò disegnano uno spazio in realtà tutt’altro che ermetico, pieno di fessure e anfratti. Al suo interno vi siede a intermittenza Clitennestra, che ha usurpato il trono con il sangue. Per questo motivo, nelle intenzioni di Elettra – che vince le disperate resistenze di Crisotemi – dovrebbe pagare per l’orrida colpa con egual destino. Con la scure.

Ed ecco comparire la figura maschile, lo spettrale Oreste proposto con grande carico espressivo da Alessandro Pezzali. E’ inquietante e non proferisce parola, comunica con lo sguardo e con gli spigoli di un corpo che è pronto per immolarsi al sacrificio.

Gli assassini vengono eliminati, rimane chi merita di vivere. Chi non ha macchiato la coscienza con la vile colpa di omicidio. E’ un rinascere in cui però le ferite lasciano segni indelebili, forti quanto i legami di sangue. Tra sorelle, che liberamente compiono scelte differenti. Per costruire nuovi equilibri.

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