“Ebreo” di David Parenzo e Valdo Gamberutti al Parioli

Un evento unico, pronto per essere rilanciato in tournee per l’Italia: è questo lo spettacolo che ha debuttato ieri sera al Teatro Parioli.

Una rivendicazione identitaria con la quale il noto giornalista televisivo David Parenzo ha voluto cimentarsi attraverso un monologo (con contributi vocali di personaggi  come Enrico Mentana, Vittorio Sgarbi,  Ale e Franz e Paolo Ruffini; la locandina di  Oliviero Toscani e un toccante intervento video di Edith Bruck). Una narrazione leggera, ironica e divertente che porta per mano gli spettatori nell’universo  di una religione che vuole essere prima di tutto regola di vita per i suoi osservanti.

A cominciare dai suoi 613 precetti,  fulcro dell’Ebraismo, che richiamano a uno stile di vita indefettibile,  lascito primario della Tradizione e dell’Altissimo. La galoppata nella cultura ebraica non poteva non partire dalla stessa dimensione onomastica, così fondamentale per ogni ebreo, quella che fa esigere al narratore che il proprio nome (di battesimo?) venga declinato “alla giudia”: Davìd e non David o Davide come corrivamente solevano chiamarlo nella comunità dei “gentili”.

Cultura dei nomi che rimanda nel suo caso a quello del re prescelto dalla comunità originaria, il mitico David (sì proprio quello della contesa con Golia) non esattamente campione di rettitudine se è vero -come si narra- che lui, sposato, si era incapricciato della bella Betsabea, coniuge del suo luogotenente Uria, furbescamente spedito a morire in prima linea, per lasciare campo libero (ma forse meglio dire moglie libera) al mitico sovrano ebreo, che comunque non farà poi mancare il suo pentimento per la sua “ubris” e  per la sua condotta indegna. Uno spunto narrativo, declinato in maniera leggera e vivace, utile anche a sottolineare la complessità nella cultura ebraica del percorso di ravvedimento.

Immancabili poi i riferimenti alla Torah (il Libro sacro), ai biblici personaggi come Abramo, la cui devozione al divino includeva perfino l’eventualità del sacrificio del figlio Isacco, al balbuziente Mosè (un passaggio divertente e tutt’altro che irriverente, che vale a sottolineare la centralità che la religione ebraica è capace di riservare perfino al meno dotato). Non mancano infine i riferimenti alle usanze e alle festività ebraiche: la Pesach, nella quale si celebra il rito del pane azzimo, nel rifiuto di ogni cibo lievitato, la circoncisione,  lo Shabat, la festa di Purim (che cade proprio in questi giorni) dove il fedele è chiamato obbligatoriamente a bere e a perdersi nell’ebbrezza.

A chiudere, inevitabilmente, il richiamo alla Shoah, con lo struggente contributo filmato della sopravvissuta illustre Edith Bruck.

Nel foyer, all’uscita, a disposizione per gli spettatori, assaggi di dolci della tradizione ebraica offerti da Leboton.

La regia è di Alberto Ferrara, le musiche originali di Gianluca Ballarin.

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