di Alessandra Antonazzo

 

Era il 3 aprile del 2004 quando Gabriella Ferri, indimenticabile e tormentata voce madre del folk italiano, moriva a soli sessantun anni, cadendo da una finestra della sua casa di Corchiano, nel Viterbese.
A sedici anni dalla sua morte, attribuita dai familiari a un malore causato dalle cure alle quali si era sottoposta in seguito al tormento di cui scriveva nei suoi diari, vogliamo ripercorrerne la storia affinché il suo ricordo, potente e vivido, non svanisca mai.

Ricordata erroneamente solo per la canzone dialettale, Gabriella Ferri è stata una delle rivelazioni più preziose del panorama folk italiano. Un folk contaminato e ricco, sporcato di intercalari del volgo ma caratterizzato da una raffinata ricerca musicale. Una musica “doppia”, la sua, costituita da contrasti sonori e di significato. Un andirivieni melodioso da Roma a Napoli, dai classici della tradizione ai pezzi autografi. Sì perché la Ferri fu una delle prime cantautrici italiane a firmare i propri brani.  

Gabriella nasce il 18 settembre del 1942 a Roma, nel rione Testaccio. Sarà il padre Vittorio, venditore ambulante con l’animo d’artista, ad avvicinarla alla musica fin da bambina.  Un legame viscerale, il loro, macchiato di duri conflitti, che però consentirà alla giovane donna di attingere a mani piene nel repertorio tradizionale romano e di musicare, una volta riadattati, molti testi paterni.

Anticonformista e originale, Gabriella lavora come commessa in un negozio vicino a Piazza del Popolo dove, nel 1963, conosce Luisa De Santis, figlia del noto regista neorealista Giuseppe De Santis. Di lì a un anno le due ragazze andranno a vivere a Milano dove, introdotte da Enzo Jannacci, si esibiranno per la prima volta sulla scena meneghina all’Intra’s Derby Club. Notate dal discografico Walter Guertler, firmeranno un contratto per la Jolly e canteranno “La società dei magnaccioni” a “La fiera dei sogni” di Mike Bongiorno. Gabriella fa così il suo ingresso sul piccolo schermo!

La collaborazione con Luisa De Santis dura all’incirca due anni mentre Gabriella debutta con il suo primo album, “Gabriella Ferri”, nel 1966. Tra le dodici canzoni, l’indimenticabile “Barcarolo romano”. Nell’album di debutto troviamo anche “Te possino da tante cortellate” e “Le mantellate”, brano scritto da Giorgio Strehler e Fiorenzo Carpi nel 1959, cantato in origine da Ornella Vanoni e reso sublime dall’interpretazione trascinante e “disperata” della Ferri.  

Prende forma in questi anni il complesso stile dell’artista, fatto di dicotomie, soluzioni armoniche inusitate e sapienti cambi di timbro e registro vocale che ben presto diverranno cifra stilistica inconfondibile della cantautrice testaccina.

È il 1966 quando Gabriella Ferri approda in Canada e negli Stati Uniti con lo spettacolo “Folkitalia” per poi rientrare a Roma e conoscere il giovanissimo Renzo Arbore che la inizierà al repertorio napoletano.

Il debutto al Bagaglino, compagnia teatrale fondata da Pier Francesco Pingitore e Mario Castellacci, arriva poco dopo e proprio qui la Ferri comincia ad approcciarsi all’arte dello “stare in scena”, prendendo dimestichezza con la forma del teatro-canzone che diverrà poi distinguibile caratteristica del suo stile.

Nel 1969 gareggia al Festival di Sanremo con “Se tu ragazzo mio”, accompagnata alla fisarmonica da un giovane Stevie Wonder. La partecipazione alla popolare kermesse si rivela però un buco nell’acqua ma con l’incisione di “Te regalo yo mis ojos”, versione spagnola di “Ti regalo gli occhi miei”, la Ferri sbarca sul mercato sudamericano e in pochi mesi supera il milione di copie vendute tra Argentina, Cile e Venezuela. E poi ancora “Ciccio Formaggio”, “Lassatece passà” e, nel 1971, “E se fumarono a Zazà”, un omaggio al repertorio napoletano con il quale la Ferri si destreggia abilmente. Teatrale, carismatica, appassionata, Gabriella saprà farsi amare da Napoli che si identificherà nella cantautrice nonostante qualche piccola imprecisione nella pronuncia del dialetto partenopeo.

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