Django Reinhardt e Johnny Depp: artisti ribelli per amore della musica.

«Che il jazz e il cinema in vari aspetti, coincidessero cronologicamente, linguisticamente e per molti versi anche esteticamente, era noto», come scrive il critico musicale Luca Cerchiari.  Basti pensare al film Il cantante di jazz diretto da Alan Crosland nel 1927, dedicato al singer man di colore Al Jolson. Il primo film che segnò la nascita dell’era del cinema sonoro targato Warner Bros e che determinò di fatto “l’accantonamento” del muto. (The Artist del francese Michel Hazanavicius).

Ma i grandi registi del cinema che hanno raccontato il jazz sono stati tutt’altro che di secondo piano basti ricordare Louis Malle con Miles Davis o Michelangelo Antonioni con Giorgio GasliniBertrand Tavernier con Dexter Gordon; oppure il grande papà della nouvelle vague Jean-Luc Godard con Martial Solal o più recentemente Clint Eastwood jazzista anche lui in veste di regista di Bird dedicato al grande sassofonista Charlie Parker.

Chi mi parlò per primo di Django Reinhardt fu l’amico e critico musicale Marco Molendini e poi Johnny Depp protagonista di Chocolat, che nel film veste i panni di un seducente chitarrista rom che cerca di far cadere un altrettanto seducente pasticciera interpretata dalla splendida Juliette Binoche. 

La title track del film Minor Swing è l’unico pezzo firmato da Django (mentre la restante colonna sonora è della compositrice britannica Rachel Portman, prima musicista donna a vincere un Oscar), è un brano accattivante che all’epoca dell’uscita del film rilanciò l’interesse per questo musicista virtuoso, determinando a far crescere notevolmente le fila dei suoi estimatori in tutto il mondo. 

Una carriera invece quella del bel Depp segnata da ruoli iconici come quello nei Pirati dei Caraibi o del Cappellaio matto in Alice in Wonderland del visionario Tim Burton, che nasconde in realtà la sua vera passione per la musica, visto che in qualità di blues man ha mandato in visibilio il pubblico di Umbria Jazzsulle note di Rumble, facendo coppia con il leggendario Jeff Beck in veste di special guest. Camicia bianca con le maniche arrotolate, gilet e una bandana al collo, la chitarra, la voce calda e suadente, Depp ha suscitato euforia ed emozioni come quando si ascolta la musica coinvolgente di Django Reinhardt, morto il 16 maggio del 1953 e che tutto il mondo continua ad amare per la sua musica immortale. Uno dei chitarristi più’ talentuosi del ventesimo secolo, ricordato da libri, documentari e soprattutto tanti film per ripercorrere la sua vita, dai primi vagabondaggi giovanili, fino agli ultimi giorni di vita nella sua casa a Samois-sur-Seine. La vita di una star, vero padre del jazz manouche, i testi di uno degli ultimi film a lui dedicati sono niente di meno scritti da Jean Cocteau.

«Django, ha vissuto anche musicalmente da uomo libero», mi disse Depp, la sua anima scrive Cocteau era nomade e santa e i suoi ritmi degli anni sessanta rimangono scolpiti per fortuna per sempre nei suoi dischi oggi dal vinile al CD incisi insieme al Quintette du Hot Club De France da lui fondato insieme all’amico Stephan Grappelli. A lui si deve l’invenzione di un jazz assolutamente originale, un jazz d’archi come ricorda Chris Marker nel testo di accompagnamento al cortometraggio a lui dedicato da Paul Paviot, ribattezzato jazz da camera.

Se non lo avete mai ascoltato correte a comprare un disco di Django ne vale la pena, scoprirete un sound indimenticabile e pensare che dopo un terribile incendio che aveva distrutto la sua roulotte, subì l’amputazione di alcune dita della mano sinistra restando solo con il pollice, l’indice e il medio. Strano a dirsi ma fu la sua fortuna, riuscendo ad andare oltre i propri limiti fisici, reinventando il modo di suonare la chitarra.

”Il fulmine a tre dita”, scrisse la critica al ritorno sulle scene per spiegare la bravura, la suggestione, la potenza e la velocità’ della sua creatività.

Fra le opere dedicate a  Django quella di Anne Legrand, autrice di un bel saggio dal titolo “Charles Delaunnay et le jazz en France les années annes 30 et 40, un film essenziale, semplice e  raccontato con un testo dell’attrice Irène Jacob. Non dimenticate quindi di ascoltare Django ma anche se vi capita dimenticando per un attimo quello sullo schermo, Johnny Depp in versione live pop blues, soprattutto quando intona Let It Be Me dei The Everly Brothers e Isolation una cover di John Lennon.

«La buona musica è sempre libera e il jazz ancora di più».  Ne sa qualcosa parlando di cinema e jazz il premio Oscar Martin Scorsese: “Il mio primo ricordo musicale dice il regista, risale alla mia infanzia ed è quello di Django che suona con il violinista Grappelli. I bei film si fanno anche con queste musiche che ci dicono il tempo che passa, i sentimenti della gente, la gioia, il dolore, la rabbia”. Credo ne sappia qualcosa anche l’amico Woody Allen.

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