di Giorgia Leuratti

 

 

E’ uno spazio dentro lo spazio la piccola piattaforma lignea; sopraelevata rispetto alla scena (Elisa Savi), ospita strumenti, cappelli, sedie ancora vuote: ed ecco, una sonorità klezmer,guida la fiaccolata dei musicisti erranti, sei sagome incedono e suonano in penombra, li rischiara la luce chiara dei lumi sulle loro teste.

E’ la voce calda, vibrante di Moni Ovadia, a farsi corpo per “Dio ride Nish Koshe”andato in scena al Teatro Vascello di Roma dal 4 Febbraio, celebra la condizione dello straniero, la dimensione di un esilio, quello ebraico, figurato come “quel nulla dove tutto si ricompone”.

Se il titolo stesso dell’opera è diretto riferimento ad un testo tamuldico; il protagonista è Simkha Rabinovich, vecchio ebreo dalla “patria mobile” che, già presente in “Oylem Goylem” diviene qui timbro narrante di antichi aneddoti, di nuove storie.

Scandito fra l’ironia nostalgica delle immagini, e l’intonazione di canti yiddish, il racconto si fa immaginifico: nell’accurata evocazione di situazioni ora umoristiche, ora struggenti, ripercorriamo il percorso di un popolo che accetta di “essere straniero su questa terra”.

Con le mani incrociate sul petto, si dondola sulla sedia a tempo di musica, si alza, balla, sorride; esorta a battere le mani, a predisporci al “sublime paradosso” di un Dio che ride di se stesso, dei fedeli, che “una volta rise anche per una catastrofe”.

Un poeta del ghetto di Varsavia, una poesia, un telo bianco posto sulla testa; trasversale è l’idea di un rapporto viscerale dell’uomo con la sua terra: “può aiutare il leggendario umorismo yiddish a riemergere da questo abisso spaventoso?

Ora squillanti, ora più lievi, i musicisti (Maurizio Dehò, Luca Garlaschelli, Albert Florian Mihai, Paolo Rocca, Marian Serban), lentamente si ritirano; s’interrompe il cembalo, si attutisce il clarinetto, la fisarmonica, il contrabbasso; si arresta il suono acuto del violino quand’ecco, anche le luci (Cesare Agoni, Sergio Martinelli) si fanno più soffuse.

 

 

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