Il racconto del viaggio immaginifico di Federico II Cesi in bilico tra erudizione, sogno e memoria
Una figura, quella di Federico II Cesi, di cui non si sa quasi nulla, la cui vicenda personale sembra delineabile solo a partire dalle ombre di una sfaccettata, di certo intricata, vicenda storica e familiare.

È in occasione dei quattrocento anni dell’Apiarum, nota opera del Duca di Acquasparta, che l’attore, regista e drammaturgo Riccardo Leonelli è chiamato cimentarsi nella scrittura di un testo originale, poi concretizzatosi nello spettacolo Il Grande Mistero dell’Universo.
Presentato nell’ambito di Fiera Lincea 2025, all’interno del Palazzo Cesi di Acquasparta, la pièce di Leonelli si configura come spettacolo itinerante e percorso onirico in cinque quadri, traiettoria immaginifica che partendo dal noto lancia uno sguardo all’ignoto, alle lacune che ancora impediscono un completo ritratto del nobile umbro-romano.
La mia mente è pena di scorpioni
Il grande spazio è avvolto da una calda semioscurità, il camino acceso illumina il fondale, più avanti si estende l’orizzontalità del tavolo su cui le ombre dei tomi e dei disordinati scritti si accompagnano a quella del microscopio galileiano.
Due bambine, curiose, esplorano lo spazio, giocano alternando ilarità e timore di esser scoperte. Olimpia e Teresa (Ester Cardaio, Benedetta Crispo) non dovrebbero essere lì eppure, ignare d’esser osservate, stentano a scorgere la sagoma del padre alle loro spalle.
Vedo che i miei divieti son diventati una burla! – la stanza è ora luogo violato, ove il gioco, la dimensione dell’infanzia interferisce bruscamente con la serietà ostentata degli studi, con gli elementi di una forsennata e improrogabile sete di conoscenza.
Luogo fisico ma anche sito simbolico della mente di Federico (Riccardo Leonelli), la prima stanza non si presta a compromesso, è il microcosmo entro cui le idee del Linceo sembrano elaborarsi, manifestarsi, scriversi, unicamente in funzione dei rapporti con Urbano VIII, dell’approvazione della Santa Sede.
I rapporti con la Santa Sede si sono guastati – è forse l’unico cavillo che assale il Duca D’Acquasparta, anche la notte di Natale. Non c’è verso di distoglierlo. La mia mente è piena di scorpioni– risponde alla moglie che invano cerca di dissuaderlo dalla sua chiusura. Forse solo nel sogno il Linceo potrà aprire gli occhi.
Vasi comunicanti
Ma è necessario calarsi più a fondo, sondare la consistenza della memoria, concretare la materia fantasmatica dove ancora aleggia e risuona il simulacro del padre, figura dell’insoluto, più volte accennata nel corpo del discorso, motore di un odio inesauribile e antico.
Il drastico rifiuto di Federico dinanzi all’idea di incontrarlo a Roma, e quella ancor più bruciante di riceverlo a palazzo la notte di Natale, ha radici ferree e profondissime, che la realtà terrosa degli impegni e delle urgenze non può in alcun modo disarcionare.
Avviene allora che l’elemento del sogno, la sua dimensione scevra da qualsivoglia bordatura crono-spaziale, intervenga allargando l’orizzonte, consentendo di inoltrarci entro un più esteso territorio di conoscenza.
Costituendosi come percorso erratico articolato fra cinque stanze reali-oniriche, Il Grande mistero dell’universo va a configurarsi come traiettoria immaginifica tra memoria e sogno, tra identità e necessità di salvazione. Intese come snodi cruciali di scontro tra luogo della mente e luogo del corpo, quest’ultime vanno a configurarsi come vasi comunicanti, passaggi obbligati tra loro interconnessi, zone spiazzanti volte allo svelamento del mistero, e della verità che ad esso è sottesa.
L’incursione del sogno
Se la stanza della madre– Madonna Olimpia Orsini (Beatrice Beltrani)– attraverso il significativo balzo temporale nell’infanzia di Federico (Adam Rawashdeh), va ad innestare nel cuore del protagonista l’accorgimento di un errore, del gigantesco abbaglio che nel corso del tempo è andato a tradursi nella deformata visione del rapporto tra anima e materia, la stanza della moglie – Isabella Salviati (Emanuela Fanni) – è espressione di un radicale disconoscimento, del crescendo di un climax che inesorabilmente condurrà la sfera del sogno e quella del reale a collidere, decostruendo atrocemente gli strati della menzogna.
Da annoverare, per la peculiare struttura scenica, quest’ultima stanza suggerisce la presenza di una nuvola che fluttua e si gonfia nella parte superiore della scena. Ideata da Leonelli con il fondamentale contributo dello scenografo Thierry Toscan, è stata realizzata grazie all’incrocio di quattro morali in legno funti da scheletro/armatura, sui quali è stato poi adagiato e fissato un grande telo in materiale plastico semi-trasparente.
Lentamente il pubblico è nuovamente condotto alla stanza iniziale dove, seguendo un meccanismo ad anello il sogno si compie raggiungendo il suo climax. La luce (Federico Ciribuco) è differente, pervasa da un’insolita cupezza: quella è ora la stanza del padre Federico Cesi I ( Giovanni Leuratti), tra tutti il sogno originario, la matrice di tutte le macerie che invadono la mente del Linceo.
Il sogno che straborda nel reale
Che l’incubo sia finito è solo una parvenza, tutto snatura la stanza come se questa fosse parte di un altro lontano universo. Federico I Cesi compare dall’oscurità, tronfio, noncurante come il figlio lo ricorda, vivido come i pensieri che per anni lo hanno visto protagonista,
La caccia ad una lepre immaginaria, un lauto banchetto: l’incontro tra padre e figlio si realizza all’insegna di una cruda metafora sul potere, come una sfida, un reciproco affronto. Eppure, portata fino alle sue estreme conseguenze, la lotta di idee, l’odio covato ed imploso, non possono che sfociare nel dialogo, nella sofferente enucleazione della verità.
Quindi per essere grandi bisogna ritornare piccoli?– la domanda posta dalla figlia Teresa all’inizio del racconto continua a risuonare, come eco di una saggezza antica a cui finora nessuna erudizione era riuscita a giungere.

Dove sia il margine tra reale e sognato è difficile da stabilire, ma c’è da chiedersi in quale tra i due mondi via stata finora più verità.
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Il Grande Mistero dell’Universo, scritto e diretto da Riccardo Leonelli, con Riccardo Leonelli, Beatrice Beltrani, Emanuela Fanni, Giovanni Leuratti e con la partecipazione di Ester Cardaio, Benedetta Crispo, Adam Rawashdeh. Audio e Luci: Federico Ciribuco, Costumi: Ente Rinascimento e Contrade di Acquasparta,, Scenografia: Thierry Toscan, Foto: Armando Flores Rota – Palazzo Cesi di Acquasparta Dal 26 al 28 dicembre 205 e 5 gennaio 2026





