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Dal mito al mostro

Una cruda metafora della società, generatrice di superstizioni dinanzi all’ignoto

Se, come scriveva Francisco Goya in un’incisione del 1797, il sonno della ragione genera mostri, tanto più la mostruosità prende corpo se declinata nella superstizione, nella formulazione di idee e creature fittizie alimentate dalla paura, vivificate nella vacuità dei luoghi comuni.

È la paura, come spazio di genesi dell’assurdo, a rappresentare il motore primario per Robe dell’altro Mondo (cronache di un’invasione aliena) – spettacolo di Carrozzeria Orfeo per la regia di Gabriele Di Luca, ripresentato dopo tredici anni in veste del tutto nuova al Teatro Spazio Diamante (Sala Black) di Roma dal 25 al 30 novembre.

Articolatosi come spettacolo ibrido e luogo di incontro per tecniche artistiche divergenti, il nuovo progetto spinge la potenza del testo drammaturgico al dialogo con la graphic novel, le tecniche del disegno digitale a fondersi con quelle più tradizionali, andando a plasmare una scenografia mobile in grado di coadiuvarsi con l’allestimento scenico e restituire un più sfaccettato dinamismo alla narrazione.

Il progetto nasce e prende corpo attraverso la collaborazione con il gruppo mantovano de Le Canaglie, composto dal musicista e co-direttore artistico Massimiliano Setti, e dagli illustratori Federico Bassi Giacomo Trivellini.

Un’incursione salvifica

Il macro-schermo collocato sul fondale mostra due creature incappucciate, da due divengono quattro, hanno bagliori rossi tra le mani, si avvicinano alla sagoma in primo piano, fino a circondarla.

Parallelamente, ai lati della scena, i disegnatori chini sulle scrivanie, portano avanti il loro lavoro, di colpo interrotti dalla voce squillante della radio: Gli alieni sono venuti qui per aiutarci! – e ancora: Alieni! il miracolo che ci salverà!

Che le loro presenze invisibili siano reali o immaginarie, la loro esistenza appare snodo necessario, a sanare la falla di senso che, in modo sempre più esteso, sembra incombere sulla società. Presenze impercepibili, se non per una peculiarissima scia odorante, metamorfiche, supereroiche dinanzi al perpetrarsi del fallimento umano, la cui incursione appare l’unica possibilità di dare una forma, e così aver l’illusione di controllare, i terrori urbani, le paure sotterranee dell’umanità.

La scena si riplasma in un processo creativo visibile in ogni suo segmento, proiettato nel suo itinere al fondo della scena. Il disegno, realizzato a quattro mani, lentamente prende forma, l’immagine di un supermercato riprodotta in prospettiva, la gigantesca insegna Gonad, fanno da sfondo all’azione che prende vita sulla scena.

Il paradosso xenofobico

Lo osserviamo già nell’accesa diatriba tra due anziani al supermercato improvvisamente scaturita da una chiacchiera di convenevoli. Lo riscontriamo nel discorso superficiale e pomposo di chi detiene il potere, e ancora nella drammatica vicenda che coinvolge la coppia di extracomunitari omosessuali alle prese con un bambino alieno.

Ancora, lo ritroviamo nel fantomatico rapimento del papa, e nell’interpretazione parossistica e deviante che ne diffondono i mezzi di comunicazione: tutte le vicende che si susseguono e si incastrano in Robe dell’altro Mondo si pongono e si concretizzano come cruda metafora di un disfacimento sociale e personalissimo agente su diverse scale.

Sorge spontaneo il quesito, su quanto possa essere immediato, e pericoloso, il passaggio dalla mitizzazione all’odio, dalla venerazione al rigetto, dalla celebrazione più esacerbata al rifiuto più infimo.

Lo sconosciuto, che sia esso una navicella spaziale, un’etnia differente dalla propria, un fenomeno paranormale, assume valutazione orrorifica o celestiale a seconda della convenienza sociale, dell’impatto personale, del fato favorevole o avverso. Si rimane in superficie e lì ci si ostina a temere, a demonizzare, a glorificare ciò che sfugge al controllo, ciò di cui non si riesce a delimitare i contorni.

Creature labili

Non vi è nulla di più antico forse. Da un tempo che può dirsi indeterminato le falle della conoscenza vengono sigillate nell’idea del sovrannaturale, un’idea labile la cui fatiscenza facilmente si presta alla possibilità di metamorfosi.

Ancor più la narrazione si complica, laddove è intercettata dagli occupanti del potere, ininterrottamente tesi a conformare la paura ai propri scopi, a strumentalizzare le idiosincrasie e le speranze di cui questa è di fatto generatrice.

Il papa non è stato rapito, mangia zucchero filato insieme ad un ragazzino e gli racconta che gli alieni si sono presi cura di lui. Perché la realtà guardata da vicino ha un odore insopportabile– dice. E loro mi hanno aiutato a guardarla.

Gli attori hanno maschere appiccicate al volto che deformano la loro identità, i loro tratti si confondono al punto da apparire grotteschi, ma non sono altro che l’espressione del nostro modo di rapportarci al mondo. Mantenere l’indeterminatezza, perché è più comodo, o rassicurante.

Eppure, è forse l’ostinazione che sta nel guardare le cose da lontano che alimenta il terrore verso il mondo, perché guardare le cose da vicino può essere scomodante, fastidioso, addirittura insopportabile; ma offre una, forse l’unica, possibilità di salvazione.

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Robe dell’altro Mondo (cronache di un’invasione aliena) – uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo, Le Canaglie; drammaturgia Gabriele Di Luca, regia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti, con (in o.a.) Federico Bassi Sebastiano Bronzato, Massimiliano Setti, Giacomo Trivellini voci reporter Alessandro Tedeschi Valentina Picello musiche originali di Massimiliano Setti illustrazione / grafica / animazioni Federico Bassi Giacomo Trivellini organizzazione Luisa Supino Francesco Pietrella – Spazio Diamante dal 25 al 30 novembre 2025

Teatro Roma
Giorgia Leuratti

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