Cerca

Creature anfibie: nel limen, contro la solitudine

La storia di tre donne, di un mistero, di un luogo sperduto, dei profondi interstizi tra parola e silenzio

Il vento attraversa il cielo come un canto funebre, un rituale antico– seduta su una panchina a destra del proscenio, Iris indugia sul paesaggio solitario che la circonda, il suo pensiero si srotola ad alta voce, liquido come il fiume che le scorre davanti.

In scena fino all’8 febbraio al Teatro Vascello di Roma Misurare il salto delle rane di Carrozzeria Orfeo è la storia di un luogo sospeso, dove il mistero sembra denso quanto l’oblio che lo avvolge, è il racconto del confine cruciale tra parola e silenzio, dell’inesauribile ricerca del proprio senso.

Tre donne, tre età, tre differenti ricerche, costrette ad uscire dalla loro solitudine, condotte a scontrarsi, ad incontrarsi in un unico snodo: l’ironia, nella sua veste più amara, sembra porsi come unico linguaggio capace di sondare il misterioso segmento che si trovano ad abitare.

Un’aura di indeterminatezza si pone come leitmotiv dell’intera vicenda, indeterminato è il paesino rurale che ne rappresenta lo sfondo, vacuo è il tempo del racconto che, tra analessi frammentarie e narrazioni enigmatiche sul presente, sembra porsi al di là di coordinate precise o circoscrivibili. Volutamente inespressa è anche l’origine della storia, collocabile forse nel momento in cui Iris (Noemi Apuzzo) decide di interrompere la routine cittadina per approdare in un bizzarro spazio rurale, o ancor prima, tempo addietro, quando una ragazza morì lasciando un messaggio dentro una bottiglia.

Ma ad essere liminari, anfibi, collocati nel margine semantico che separa l’esistenza dall’attesa, il fatuo dal reale, la credenza dalla verità, sono forse e soprattutto i personaggi stessi.

L’essere sperduti, e con un peso sul cuore, è per loro condizione di somiglianza, di complicità, di reciproca accoglienza, ma soprattutto detonatore essenziale per andare più a fondo, per porre fine all’idea di negazione, di ripetizione, di illusione, che sembra condizionare le loro esistenze.

Si potrebbe annoverare la volontaria solitudine tra le più efficaci armi contro la crudeltà della memoria, contro il dolore che attanaglia il presente, o il turbamento, l’angosciosa urgenza che ci spinge a chiederci cosa davvero ne sarà di noi. Eppure, viene presto a galla, questa non può rappresentare un farmaco, ma solo un palliativo, nemmeno troppo durevole, rispetto a ciò che non vogliamo guardare.

Le tre donne di questa storia si trovano nella crepa della solitudine, nel momento in cui questa va a svelarsi per ciò che è, non una levigata superficie dove tutto scivola, ma un bagaglio, un macigno, in tutta la sua irriducibilità.

Tieni questo walkie-talkie! Se ti chiamo e non rispondi ti incendio i capelli! – strilla Betti. E ancora, Lori (Elsa Bossi) chiama una trasmissione televisiva per ascoltare Little girl blue ma poi a metà del brano scappa via sbattendo la porta. Poi c’è Iris, che non riesce a tornare, che ancora si chiede dove sia finita tutta la sua ribellione, che lascia la sua voce in un registratore, la voce per ricordo.

Ed ecco che la ricerca dell’amore, appare di colpo più difficile, quasi quanto la ricerca della verità. Eppure in modi differenti si fa manifesta, e allora non si torna più indietro.

La totalità del mistero si nasconde dentro una bottiglia, al suo interno c’è un messaggio di vita, un’invocazione che collide bruscamente con i fatti, per come finora erano stati raccontati.

Hanno trovato solo la sua scarpa lì, la sua borsa qui, con la cassetta di Janis Joplin – forse, andando più a fondo, questo è il racconto di una consapevolezza, nata dal ribaltamento di ciò che accadde, ma riscontrabile, anche su di un piano intimo, nel fondale della consapevolezza di sé. Alla base vi è una dichiarazione di guerra, rivolta a tutto ciò che è stato insabbiato, ma anche a noi stessi, ai meccanismi tramite cui tendiamo a nascondere, a celare, a temere la nostra condizione di inadeguatezza.

In modo personalissimo e differente, ciascuna delle tre protagoniste porta avanti questa battaglia, e attraverso la lenta emersione di una reale, schietta, brutale accettazione di ciò che è stato rimosso o dimenticato, si scaglia contro la paura della verità.

________________________

Misurare il salto delle rane, uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo – Drammaturgia: Gabriele Di Luca – Regia: Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti, Con: Elsa Bossi (Lori), Noemi Apuzzo (Iris), Chiara Stoppa (Betti), Assistente alla regia: Matteo Berardinelli – Musiche originali :Massimiliano Setti – Scene Enzo Mologni, Costumi: Elisabetta Zinelli – Ideazione luci: Carrozzeria Orfeo in collaborazione con Asti Teatro 47 – Direzione tecnica e luci: Silvia Laureti – Macchinista: Cecilia Sacchi – Realizzazione scene: Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due – Realizzazione costumi: Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due, Illustrazione locandina: Federico Bassi e Giacomo Trivellini – Foto di scena: Simone Infantino, Organizzazione: Luisa Supino e Francesco Pietrella
 – Ufficio stampa Raffaella Ilari – Una produzione Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival, in collaborazione con Asti Teatro 47 – Teatro Vascello dal 27 gennaio all’8 febbraio 2026

error: Content is protected !!