Paolo Tommaso Tambasco offre un denso spaccato di un momento storico recente e circoscritto. Ma è il pretesto per raccontare una generazione, tra paure, precarietà e quel senso di incertezza che non passa
2020. Basta un numero per ricordare quel momento in cui la nostra vita è cambiata, in cui le certezze di tutti sono andate in fumo, soffocate dal pensiero di una fine reale, concreta, vicina. La pandemia di Covid-19 ha avuto un impatto sulle esistenze di tutti, anche e soprattutto nel modo di intendere la socialità. Eppure, guardando indietro a quell’anno folle, ci si accorge che tanti cambiamenti del quotidiano, vissuti come disagevoli e innaturali, sono stati in realtà non tanto la causa, quanto il detonatore di un malessere latente, specie per la generazione tra i 25 e i 40 anni, ultimi relitti del vecchio Millennio catapultati nel mondo nuovo della rivoluzione digitale. È quello che prova a suggerire Coprifuoco 2020, scritto e diretto da Paolo Tommaso Tambasco e andato in scena il 10 e 11 novembre scorsi sul palco romano dell’Off/Off Theatre. Un piccolo gioiello agrodolce che sprigiona storia generazionale e verità fulminanti, con una recitazione sincera e credibile.
Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, non è il resoconto di una convivenza forzata durante il lockdown primaverile, quello standby alienante in cui ogni attività umana era rimandata a tempi migliori e l’esistenza ridotta ai gradini più bassi della piramide maslowiana (nutrirsi, dormire, superare la giornata assicurandosi che il senso del gusto e dell’olfatto fossero ancora con noi). O meglio, non esattamente. La storia in questo caso è ambientata qualche mese dopo, quando la curva dei contagi aveva ripreso una drammatica risalita ed era stato deciso che sì, potevamo uscire e darci una parvenza di normalità; ma solo dalle 5 alle 22. Niente vampiri per strada, quindi. Di notte, tutti dentro. Anche a casa di altri, purchè dentro.
Mentre dallo stereo parte Questo nostro grande amore de I Cani, Michele (Francesco Cotroneo) e Carlo (Ivo Randaccio), amici di lunga data, si ritrovano dopo tanti anni nella casa romana di quest’ultimo, decisi a celebrare a suon di nostalgia e partite alla Play Station 2 l’addio al celibato del ritardatario Saverio, altro pilastro della vecchia comitiva, prima del suo imminente matrimonio. L’atmosfera iniziale è apparentemente leggera: battute, alcol e ricordi condivisi alla ricerca forzata di una complicità che non ha intanto resistito al tempo e alle difficoltà del presente. Tuttavia, sotto la superficie emergono fin da subito segnali di disagio: frustrazioni lavorative, sogni rimandati, un senso diffuso di immobilità che la pandemia ha solo reso più evidente.
L’equilibrio precario della serata viene spezzato dall’arrivo improvviso di Greta (Nila Prisco), ex compagna di Michele e futura moglie di Saverio. La sua presenza introduce una tensione immediata: il passato sentimentale irrisolto si intreccia con il presente, portando alla luce rancori mai superati e scelte mai davvero accettate. Man mano che le ore passano e il coprifuoco si avvicina, il confronto tra i tre si fa sempre più serrato. Emergono verità taciute: Michele non ha mai superato la fine della relazione con Greta e vive il matrimonio imminente come un tradimento; Carlo, che nel frattempo ha saputo della sua futura paternità dalla compagna, mostra crepe profonde, rivelando dubbi sul futuro e sulla propria identità; Greta, divisa tra razionalità e nostalgia, si trova costretta a fare i conti con ciò che ha lasciato e con ciò che sta per costruire.
La serata sfonda inesorabile il muro delle 22, mentre i nostri tre personaggi aspettano una serenità che non arriva mai, anzi sembra sempre più impossibile da raggiungere. Ciascuno di loro è l’archetipo del Millennial nelle diverse declinazioni che questa specie umana presenta: Carlo, borghese di famiglia agiata, si illude di aver raggiunto il suo equilibrio di morigerato edonista, attento alla sua dieta a base di cibi bio e birre artigianali da sfoggiare all’occasione, occultando ipocritamente in cucina un maxi-barattolo di nutella; Michele incarna il trentenne intuitivo ed empatico che, gravato da aspettative enormi e idealistiche su carriera e amore, ha rinunciato a essere felice, accettando un lavoro frustrante e crogiolandosi lucidamente in un cinismo depresso; e poi Greta, che abita il caos punendosi con scelte che non sente sue, accontentandosi delle rassicuranti (ma odiate) braccia di Saverio, piuttosto che seguire fino in fondo i suoi sentimenti per Michele, peraltro ricambiati da lui da sempre.
Il dramma lascia qua e là spazio all’ironia, perchè alla fine la Generazione Y è anche questo: un’ eterna tensione spirituale verso il cazzeggio. In mezzo ci stanno idiosincrasie pseudo-salutiste: «Devi provare questo succo di frutta bio-dinamico!», sballi mascherati da necessità: «Ti faccio una camomilla». «Non hai uno xanax?», indolenza ludico-digitale «Guardiamo i video stupidi insieme?». E proprio quando la nottata appena iniziata costringe l’infelice terzetto a rimanere sotto lo stesso tetto fino all’indomani mattina, almeno una consapevolezza riesce ad arrivare, ed è la più Millennial che esista: a Michele viene chiesto «Che cosa vuoi dimostrare? Che abbiamo tutti una vita di merda?» e lui risponde senza scomporsi «Questo mi fa sentire decisamente meno solo». Forse è da qui che si può finalmente ripartire. Magari con un’altra birra insieme e un’altra partita alla Play.
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Coprifuoco 2020 – di Paolo Tommaso Tambasco – Con Francesco Cotroneo, Ivo Randaccio, Nila Prisco – regia: Paolo Tommaso Tambasco – Off/Off Theatre di Roma 10 e 11 dicembre 2025





