“Constellations” approda a Roma e conquista il pubblico del Teatro Belli

Marianne e Roland incrociano i loro sguardi ad un barbecue. Da quel momento iniziano un percorso di conoscenza, un groviglio si dirama in infiniti meandri potenziali. Come i rami di un albero crescono, intrecciano, si dividono, camminano in parallelo, piegano, si curvano, si spezzano.
Il tempo fa il suo giro, tra fato e scelte consapevoli, incidenti e provocazioni, egoismi e complicità, detti e non detti, indipendenza e dipendenza, paura e disincanto. Vita e prospettive, malattia e morte. Stelle, che a gruppi definiscono nella sfera celeste le costellazioni.

Constellations è il titolo dello spettacolo proposto dal 20 al 22 maggio sul palco di Teatro Belli. Il testo, scritto da Nick Payne, debuttò a Londra nel 2012 al Royal Court Upstairs. Nel 2014 ha poi varcato le porte di Broadway e nelle scorse settimane è stato proposto, sempre a New York, al Teatro Gene Frankel di Manhattan.

Sul palco romano gli stessi protagonisti. Francesca Ravera, nel ruolo della ricercatrice Marianne, e Michael Chinworth, Roland, apicoltore. Diretti da Kim T. Sharp, aiuto regia Alessia Pratolongo. Dialoghi in inglese con sopratitoli in italiano. Scenografie a cura di Jaime Terrazzino, disegno luci firmato da Madeleine Burrow.

E’ il teatro che ci piace, perché affonda, scuote la coscienza. Lascia allo spettatore qualcosa da portare a casa, che siano interrogativi o spunti di riflessione. Il tira e molla tra gli interpreti è incalzante, pedissequo, a tratti morboso. Ogni minima sfumatura genera un effetto domino che è decisivo per istruire le dinamiche di relazione e i percorsi che intraprendono i singoli. Uomini e donne, coppia o singletudine. Amici, trombamici, fidanzati, un domani genitori, e più. O niente, mai più. O di nuovo, sorpresa.

Basta una virgola, un non detto, un malinteso, per ingenerare silenzi, imbarazzi, reazioni nervose. Oppure al contrario, per fare scoccare la scintilla e dare forma ai sogni. Schegge impazzite che ora accelerano ora rallentano, come le stelle. Che disposte in costellazione fanno da sfondo al palco.

Infinite opzioni, come descrive la fisica quantistica.  Payne è geniale nel costruire l’impalcatura della drammaturgia intorno ad un principio scientifico, per sua natura avulso da moti di cuore e passione. Applicato al campo delle relazioni sentimentali ha un effetto disruptive, di totale rottura rispetto alle convenzionali categorie interpretative.

Così diversi per indole, ma così tanto attratti l’una dall’altro. Ravera e Chinworth animano dialoghi serrati, sono abilissimi nell’interpretare lo spettro delle situazioni. Affrontano l’esplosione dell’innamoramento ma anche le spine del tradimento e del male incurabile. Decidere il da farsi quando la strada è segnata. L’incapacità di comunicare che a volte si fa insormontabile tra due individui così distanti per aspirazioni e filosofia di vita. “Che cosa sarebbe successo se…” è un mantra ricorrente per tutta la durata dello spettacolo.

Termina improvvisamente, il racconto di Payne, lasciando il pubblico di stucco. E con quella fame curiosa che fa venir voglia di vedere e rivedere spettacoli come questo. Ad ogni visione di Constellations si coglierebbero particolari e prospettive diverse, a comporre i tasselli di un’esperienza emotiva, ancor prima che artistica.

Non rimane che aspettare la riproposizione di Constellations a Roma, speriamo davvero presto.

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