Clitennestra ha ancora sete di vendetta

 Una traversata attraverso il misterioso territorio della condizione umana. 

Dal 10 al 21 gennaio 2024 al Teatro Argentina è in scena Clitennestra, che ha debuttato lo scorso anno al Pompeii Theatrum Mundi. A dirigere lo spettacolo è Roberto Andò, curatore dell’adattamento e della regia di questa straordinaria rappresentazione della tragedia greca.

Nel tormentato testo di Colm Tóibín, la protagonista è Clitennestra, regina di Micene e assassina del marito Agamennone. In lei non c’è vendetta che tenga, perché a causa della perdita della figlia primogenita Ifigenia, sacrificata dal padre agli Dèi, qualcosa le si è rotto nel profondo, lasciandole una ferita che non si può rimarginare. Così vive per vendicare la morte della figlia. La sua vendetta ne innescherà un’altra, a compierla su di lei saranno i figli Elettra e Oreste

Clitennestra è comunemente associata alla disperazione che, partendo dalle terminazioni nervose, arriva a incatenarsi alla rabbia, senza vie di fuga per Agamennone. L’indignazione più totale si fa sentire nelle urla spezzate che risuonano per tutto il teatro, insigne Isabella Ragonese nell’interpretazione di una donna violata del massimo dono che la vita le aveva fatto. Gettandosi per terra Clitennestra diventa onnipotente. Si infrange il mito raccomandabile della bontà d’animo e del perdono.

Ifigenia è docile, chiede compassione non si fa troppe domande e ha dell’incredibile nel non conoscere rabbia e risentimento. Arianna Becheroni la interpreta senza mai farsi prendere dall’urgenza di mettere a tacere la paura furiosa, ma sospirando di dolore a cadenze intermittenti, governate con maestria.

All’interno della casata di Atreo, luogo dove sono narrate le vicende, si sente il frequente bisbigliare di voci spettrali di antiche divinità che un tempo popolavano la casa. Adesso riecheggiano indisturbate nella dimora e frantumano la forsennata corsa dei personaggi verso la ricerca della tranquillità. Ognuno di essi infatti compie atti indicibili, non rispondendo di sé. Le anime possedute, non sono capaci di intendere ma di volere e quello che vogliono è sempre il frutto commiserevole di una pietà che nessuno ha. Ne è la dimostrazione la sorella di Ifigenia, Elettra, vittima di abbandono, la quale con rancore pretende la retribuzione del sangue per trovare pace. Lei più di tutti ha delle allucinazioni che non le permettono di dormire la notte, non distinguendo i sogni dalla realtà ci trascina nella personificazione di un disfacimento emotivo reso incisivo da Anita Serafini.

Isabella Ragonese

La tetra scenografia è alienante, il palco è semivuoto con poche luci puntate sugli attori, che nel non essere illuminati in modo cristallino nei volti, perdono quei flebili “sintomi” di serenità. Dei letti spogli sopraggiungono per riempire le stanze reali, riprodotte attraverso degli spazi che si aprono e si chiudono davanti agli occhi dello spettatore. Il vuoto rimane.

I salti narrativi sono scattanti, si entra a pie sospinto nei ritagli espressivi dei personaggi. Si aprono degli spaccati su: Achille, Denis Fasolo, Egisto, l’amante di Clitennestra, Federico Lama Roque, Cassandra, Cristina Parku e un’anziana donna del popolo, Katia Gargano.

La ritmica martellante dei dialoghi riesce precisamente con Agamennone. L’uomo poderoso, nelle prime scene è nudo, si alza in piedi dalla vasca da bagno e prende parola, accerchiato dagli sguardi di tutti, ne fa ragione di scherno nei confronti di Clitennestra. Ivan Alovisio è colui che vediamo stare sul palco spesso un passo indietro a Isabella, che però raggiunge in bravura: il suo punto forte è il carisma marcato che ne contraddice l’essenza malvagia e manipolatrice. Lo si ama paradossalmente per l’impurità autentica. Clitennestra tiene duro e non si fa manipolare, è un continuo duello di ripicche e scontri tumultuosi fra i due. Il pubblico vuole farsi arbitro di giustizia decretando il vincitore. Quando uno ha la meglio sull’altra ecco che le carte in tavola si scambiano fra i giocatori della partita, come se fossero proprio gli dei a decidere le sorti. Superato il varco di un paradiso di anime che accoglierà una nuova arrivata, il verdetto finale sarà inaspettato e surreale.

La casa dei nomi di Colm Tóibín – adattamento e regia Roberto Andò – con Isabella Ragonese, Ivan Alovisio, Arianna Becheroni, Denis Fasolo, Katia Gargano, Federico Lima Roque, Cristina Parku, Anita Serafini – coro Luca De Santis, Eleonora Fardella, Sara Lupoli, Paolo Rosini, Antonio Turcocoro Luca De Santis, Eleonora Fardella, Sara Lupoli, Paolo Rosini, Antonio Turco scene e luci Gianni Carluccio – costumi Daniela Cernigliaro – musiche e direzione del coro Pasquale Scialò – suono Hubert Westkemper – coreografie Luna Cenere – trucco Vincenzo Cucchiara – parrucchiera Sara Carbone – aiuto regia Luca Bargagna – produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Campania Teatro Festival – Fondazione Campania dei Festival

Foto di Lia Pasqualino

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