di Tonino Pinto*

 

 

“Non tutti i treni vengono per uccidere”, titolava un bel reportage di Angelo Molica Franco, parlando del libro “Storia meravigliosa dei viaggi in treno” di Per J Andersson. Intanto il cinema ma soprattutto la letteratura, hanno tratto spesso ispirazione dai treni, su tutti “L’Orient Express” non solo per i delitti risolti dall’investigatore Poirot, infatti dalla loro invenzione, i treni non sono solo dei mezzi di trasporto, ma oltre ad essere ancor oggi con l’alta velocità’ una vera rivoluzione della società, sono stati gli abitati che sia il cinema, che la letteratura hanno visitato di più’. Basti pensare ai primi treni a vapore che univano finalmente alla fine dell’ottocento le due coste degli Stati Uniti, partendo inizialmente dalla mitica ferrovia del west fra indiani e cowboy, la stessa che poi mandò in pensione la leggendaria diligenza cara a John Houston e ai film di Sergio Leone e non solo.

Negli anni trenta, quaranta e cinquanta, i famosi i treni che univano la nascente industria del cinema da Hollywood a New York dove andava di moda partire la sera da Los Angeles destinazione Grande Mela o Chicago con l’avveniristico “The 20th Century Ltd”, il treno degli uomini d’affari,  delle donne misteriose, dei giocatori clandestini di poker, attori, attrici, produttori, delitti e castighi fra le lenzuola di rigido cotone americano degli esclusivi e carissimi wagon-lit e dei tavoli da gioco frequentati con sigaro e champagne dai ricchi petrolieri e allevatori texani in cerca di emozioni: ricordate “La Stangata” con Robert Redford e Paul Newman?         Ma poi basta ricordare che gli stessi fratelli Lumière, gli inventori del cinematografo, titolarono il primo film della storia “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat” e nell’ottobre dei primi del novecento poi non fu un treno che dalla Germania imperiale fece arrivare il rivoluzionario Lenin a Mosca cambiando la storia d’Europa? In India uno dei treni legati all’ emancipazione della donna ha ispirato addirittura un film dal titolo “Cuccette per signora” tratto dal libro della scrittrice indiana Anita Nair. Quanti film targati Hollywood hanno visto il treno protagonista di storie incredibili, su tutti ricordo Gary Grant ed Eva Marie Saint in “Intrigo Internazionale dell’indiscusso maestro del brivido Alfred Hitchcock.

Chissà’ che cosa avrebbe detto il grande Pietro Germi indimenticabile protagonista e regista de “Il ferroviere” conoscendo la storia vera di oggi di Billo il ferroviere, una storia che ha colpito non solo chi scrive,  facile alla commozione a dire il vero forse data l’età, ma anche maliziosi sceneggiatori che ne stanno tracciando un film. Il perché’ è presto detto, Billo il ferroviere esiste davvero, é un bastardino di circa sei anni napoletano di Forcella adottato dalla comunità’ con l’hobby dei treni, si dei treni viaggiatori,  non quelli dell’alta velocità’ ma gli accelerati,  i così detti regionali. Così Billo ogni tanto lascia Napoli e alla stazione di porta Garibaldi prende l’accelerato diretto a Roma Tiburtina e si va’ a fare un paio di settimane di vacanza. Sul treno lo coccolano tutti, rimedia pure qualche panino nascondendosi ai controllori un po’ come Nino Manfredi in un famoso film dove vende clandestinamente caffè e cappuccini. La storia di Billo la raccontano due artisti proprietari di un corso di settanta chili poco incline a fare amicizia con altri cani fino a quando in un parcheggio di un supermarket non si imbattono in Billo che senza timore fa festa ad Ettore il corso che accetta la sua voglia di amicizia.

Detto fatto Billo senza padrone a nord-est della Flaminia trova ospitalità gioiosa per una settimana. I proprietari di Ettore accarezzandolo scoprono che Billo ha un chip di riconoscimento, rintracciano il padrone il quale nell’andare a riprenderlo racconta come Billo in effetti non è di nessuno ma di tutti, resta un po’,  e poi torna a Napoli per poi ritornare a Roma sempre in treno. Non è la storia di un film, Billo il ferroviere ama il treno, forse il perché c’è lo spiega in magnifico testo a cui fa riferimento lo stesso Andersson nel suo libro sui treni, un testo descritto nientedimeno che da Victor Hugo. “Viaggiando su un treno e guardando fuori dal finestrino, i prati somigliano a lunghe trecce verdi, i campi di grano sono grandi capigliature bionde, i campanili e gli alberi turbinano in una danza vorticosa e si mescolano follemente all’orizzonte”. Forse è proprio questa la magia che ha colpito il grande Pietro Germi con quel suo bellissimo film e magari lo spirito d’avventura un po’ deamicisiana di Billo il ferroviere.

 

* Critico cinematografico e letterario, giornalista, dal 1976 inviato speciale RAI (TG1, TG2, TG3, TG3 Regionale, Rete Uno, Rete Due, Rete Tre) per Cinema, Spettacolo, Costume.

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