di Giorgia Leuratti

 

Un percorso caleidoscopico tanto eterogeneo quanto capace di dedicare il giusto spazio a ognuna delle molteplici declinazioni di cui si compone: nasce da una fortunata acquisizione archivistica, la mostra “Anton Giulio Bragaglia: l’archivio di un visionario”ospitata alla Galleria Nazionale D’Arte Moderna di Roma.

Danza, pantomime, inesauribile ricerca teatrale si pongono da trait d’union per le immagini, le grafiche, i manifesti avanguardistici che popolano le prime due sale: se la prima si concentra sulle rappresentazioni del Teatro Sperimentale degli Indipendenti, presentato nella locandina di “La veglia dei Lestofanti” (1930) come un originale genere di teatro che voi ignorate; la seconda ospita il materiale fotografico del Teatro delle Arti (1937-1943), frammento storico decisivo per la comprensione della produzione drammaturgica di quel periodo, nonché organismo proiettato verso la continua ricerca di giovani autori.

Un attore giapponese catturato in un momento di estrema tensione dinamica, danzatori sospesi sulla scena poi ripresi nel retroscena in un momento di riposo: prosegue la carrellata di immagini legate al dinamismo spettacolare perseguito da Bragaglia per concludersi nello stretto spazio di un corridoio che vede affisso il manifesto di una rappresentazione tenutasi a Venezia nel 1923 incentrato sulle performances della ballerina russa Jia Ruskaja.

Dal teatro al cinema, dal cinema alla fotografia: è lo spazio che segue a racchiudere i fotogrammi di “Thaïs” (1917), film muto riferito al movimento futurista diretto da Bragaglia e recante le scenografie di Enrico Prampolini, che disposte sulla superficie di un grande tendaggio circolare, appaiono visibili da ogni punto d’osservazione della sala.

“Noi ricerchiamo la essenza interiore delle cose: il puro movimento, e preferiamo tutto in moto, perché, nel moto, le cose dematerializzandosi, si idealizzano, pur possedendo ancora, profondamente un forte scheletro di verità. È in questo che consiste il nostro fine, è in questo che noi vogliamo elevare la fotografia sino a quelle altezze…” – questa l’idea che si afferma come spinta portante nella produzione fotografica del poliedrico avanguardista e riscontrabile nelle opere che segnano la fine del percorso espositivo a lui dedicato.

Alle “foto spiritiche” disposte verticalmente alla destra della stanza, seguono quelle legate alla Fotodinamica e dirette espressioni de “Il Fotodinamismo Futurista” (1911) scritto da Bragaglia in linea con i manifesti futuristi di quegli anni.

Contrapponendosi all’idea di staticità cui rimanda “l’istantanea”, l’artista realizza immagini in grado di restituire la traiettoria effettiva del soggetto che lo vede cambiar posa nei tempi di una lunga esposizione: è dunque movimentato l’effetto di “Dattilografa” (1911) così come quello di “Cambiando postura (1912) e de “Il violoncellista” (1913).

E’ infine in una teca disposta centralmente che è possibile osservare le copertine e alcune delle pagine dei testi scritti dal Bragaglia- saggista, tra cui la prima edizione di “Fotodinamismo futurista- sedici tavole” , di “La maschera mobile”, di “Del teatro teatrale ossia del teatro”.

“Ancora stupisco me stesso, smanioso e dinamico uomo d’azione, per la pazienza, distesa nella pace più beata, che io godo, tra le vecchie scartoffie d’un archivio” – suggestivo e stratificato appare il repertorio di una figura eclettica che, nel definire sé stesso “archeologo futurista” seppe proporre un rinnovamento senza rinnegare il legame e le influenze della tradizione.

La mostra, a cura di Claudia Palma con Elena Alexia Casagrande, Mario Gatti e Bianca Sofia Romaldi, e per l’allestimento Liselotte Corigliano, è visitabile  fino al 3 ottobre prossimo.

 

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