Amleto: il teatro come arma per la difesa della verità

Solo, sul bordo del proscenio Amleto si inserisce nello spazio-limite tra la vita e il suo trapasso. Essere o non essere, accogliere o non accogliere l’oceano di orrore che sottende il reale, dire basta a ciò che stringe il cuore.

Dal 15 novembre “Amleto” di William Shakespeare per la regia di Giorgio Barberio Corsetti abiterà la scena del Teatro Argentina di Roma per trasfigurarla nel repentino passaggio fra spazio teatrale e luogo della mente. Una mente, quella del principe di Danimarca, che diviene arena di combattimento, che lotta con l’idea di usurpazione insita nella vita stessa.

Strette fra le sue mani, una brocca d’acqua e una presa elettrica: Amleto (Fausto Cabra) è scalzo e mette in atto il suo gioco di morte, ma la morte è già avvenuta. Ne è testimonianza la scritta luminosa che compare di colpo alle sue spalle, e che diviene premessa per uno spettacolo confinato nel passato, nel già accaduto: Io ero Amleto.

Lasciate che io narri“: una storia che viene dal passato

A riportare una storia che non oggi ma ieri ebbe luogo nel castello di Elsinore, è il giovane Orazio (Fausto Cabra) amico fedele che sfuggirà alla morte per poter dar testimonianza di ciò che davvero accadde.

Assurgendo il ruolo di presenza mediatrice fra ciò che è e ciò che fu, la sua figura- psicopompo è al tempo stesso interna ed esterna alla scena: agisce nel passato ed esiste nel presente.

La Danimarca è una prigione le parole di Amleto, o del suo simulacro, si fanno tramite per l’entrée di un gruppo di attori, che fanno la loro comparsa alla caduta del telo scuro: si confondono così i margini tra la storia e la sua messa in scena, tra il fatto narrato e quello rappresentato, nella visione di un teatro che è il luogo prescelto per raccontare i segreti del regno di Danimarca, al di là della foschia del passato.

“È questo il mondo, un giardino putrido”: la morte del re

Reso attraverso un’architettura mobile tripartita (Massimo Troncanetti) , il castello di Danimarca vede l’ingresso dei personaggi: spetta a Claudio (Paolo Musio) il duplice annuncio, quello che con letizia addolorata informa del matrimonio che lo legherà alla regina Geltrude (Sara Putignano), in seguito alla recente morte del re.

Innesto per la furia di Amleto, tale oltraggio si fa motore per l’intera rappresentazione spingendo il protagonista alla tenace e fervente ricerca della realtà dei fatti. Se infatti la verità a Elsinore sembra avvolta da una coltre di nebbia e mistero, i misfatti tornano presto o tardi alla luce.

A farsi tramite per lo svelamento dei fatti sarà lo spettro accigliato del re, tornato dal mondo dei morti per aiutare suo figlio a vendicare la sua ingiuriosa morte.

La metamorfosi del principe: un uomo straniero a sé medesimo

Se è vero che il folle è colui che detiene la verità, Amleto- magistralmente interpretato da Cabra- ne è la diretta dimostrazione: dissennato agli occhi di tutti, è in realtà l’unico savio, colui che denuda la verità liberandola da mistificazioni e infingimenti.

“Tuo figlio è pazzo” annuncia Claudio alla regina, ignaro del fatto che quella del principe è una follia fittizia, orchestrata per liberare dall’ombra i recenti crimini.

Nell’erronea convinzione che il comportamento di Amleto sia frutto dell’amore per Ofelia (Mimosa Campironi), il nuovo re, aiutato dal consigliere Polonio (Pietro Faiella) e dai finti amici del principe, Rosencrantz e Guildenstern (Giovanni Prosperi e Dario Caccuri), tenta con ogni mezzo di comprendere l’origine del mutamento del figliastro, tramando alle sue spalle e inconsapevole di essere lui stesso parte di un’altra ordita trama.

L’assassinio del re Priamo: il teatro che svela il reale

Sulla scena, la scritta “morte” chiara e luminosa, precede l’ingresso degli attori: è il teatro l’arma scelta da Amleto per accedere alla verità, per dissipare l’ombra che aleggia al castello di Elsinore. Ingaggiata dal principe, la compagnia di attori mette in scena La morte di Priamo, morte causata con l’inganno e perfetta mimesi del tranello che nel regno di Danimarca ha condotto alla morte del re.

Solo affidandosi al teatro, Amleto riesce a scatenare la verità, celata fino ad allora nell’animo malevolo e putrescente di Claudio che, sentendosi chiamato in causa, non può che reagire rendendo chiara così la sua colpevolezza.

La colpa è così, piena di ansie inutili al punto che si muore per paura di morire. Molte saranno le morti causate per difendere la verità, ma questa si affermerà per essere tramandata da chi rimarrà in vita.

Una potenza, quella del teatro, che si realizza nella brillante interpretazione di tutti gli attori: Fausto Cabra, Francesco Sferrazza, Giovanni Prosperi, Dario Caccuri, Paolo Musio, Diego Giangrasso, Pietro Faiella, Sara Putignano, Mimosa Campironi, Francesca Florio, Iacopo Nestori, Adriano Exacoustos.

Chiamati infatti ad interpretare un duplice ruolo all’interno di un’organica composizione meta- teatrale, realizzano in questa stessa struttura, il punto di forza dell’intera rappresentazione.

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