di Claudio Riccardi

 

I quattro angoli di una stanza, disordinata e piena di cianfrusaglie, rappresentano, alla bisogna, corridoio di passaggio, approdo di salvezza, rifugio, strumento di ricatto e bene d’investimento per tre personaggi. Diversi per carattere, vissuto, stili di vita.

“Il guardiano” (“The Caretaker”) di Harold Pinter, testo rappresentato sui palcoscenici di tutto il mondo a partire dal 1960, è approdato dal 6 al 15 maggio a Roma, al Teatro Arcobaleno di Vincenzo Zingaro. Coraggiosa, la scelta di Alessandro Carvaruso, che ha deciso di lavorare su una delle opere minori del Premio Nobel per la Letteratura 2005, autore tra i più grandi nella storia del teatro novecentesco.

Carvaruso ha scritto e diretto un adattamento che è anzitutto tentativo di superare le identificazioni di genere. Rispetto all’originale pinteriano, i fratelli Mick e Aston diventano le sorelle Astrid e Micaela, interpretate da Valentina Martino Ghiglia e Alessandra De Pascalis. Il triangolo si completa con Roberto D’Alessandro nel ruolo di Davide, scanzonato senzatetto che proprio in quella casa un tetto riesce a trovarlo e imbastisce ogni tipo di escamotage per rimanerci. Cambiando pelle e atteggiamento di continuo, all’uopo senza ritegno. Accettando anche l’incarico di guardiano di un appartamento dove i lavori di riordino e ristrutturazione sono necessari ma, da chissàquanto, sospesi.

E’ tutto pending, cioè in attesa, all’interno di una scenografia costruita con dovizia di dettagli. Più simile a un magazzino, questo spazio è termometro di rapporti tesi e non appianati tra due sorelle che qui sono cresciute. Ora adulte, vivono in mondi opposti, non comunicanti. Micaela, energica e dai modi spicci, prevarica e controlla la casa ma senza viverci; Astrid, invece, subisce il controllo a distanza e la perfidia dell’altra, ma di fatto è colei che in questa casa vigila e dorme. Vive le conseguenze di traumi giovanili che l’hanno portata a isolarsi dal mondo. Ha lo sguardo triste e perso. Fatica a interagire con il mondo e si è creata una corazza fatta di semplici abitudini. I suoi viaggi di evasione vengono guidati da un pennello su una tela.

In questo ambiente elettrico piomba Davide, parassita e perditempo, imbonitore gentile e dalla falsa identità. Nullafacente, da molto tempo. Ha fiuto opportunista e capisce che questa volta si può fermare: finalmente la conquista di un riparo per dormire. Gioca le sue carte sull’empatia con le due sorelle e sui nervi scoperti che emergono dalle loro personalità.

La stanza del caos diventa terreno di sfida e di conquista, i tre protagonisti alternano le posizioni di vittima, carnefice e salvatore lungo un asse mobile, che si sposta di continuo. Senza mai che si realizzi una sintesi, che si definiscano punti d’incontro, che si crei un equilibrio. Di convivenza, o di connivenza. Nessuna sponda, nessuna risoluzione. Vincono l’ego-riferimento e la solitudine.

Gli attori esprimono con efficacia ed espressività lo spettro delle inquietudini e l’altalena degli stati d’animo. La drammaturgia mischia toni drammatici e ironici, mentre è surreale l’atmosfera sullo sfondo. Carvaruso conserva appieno la profondità d’indagine di Pinter e strappa anche sorrisi al pubblico dell’Arcobaleno. Che ha gradito, e convintamente applaudito.

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