Acqua di Colonia: nessuna paura della verità

Il passato coloniale italiano tra ironia, critica e memoria

Acqua di Colonia, rappresentato al Teatro Basilica, tiene a galla il passato coloniale dell’Italia, spesso seppellito in programmi di scuola insufficienti e relegato a cosa terminata. Ma quel passato è presente, vive nella cultura pop e nella musica e nelle pubblicità, e va sviscerato.

Del colonialismo dell’Italia non si parla. Non lo si studia nemmeno a scuola, se non in qualche sparuto paragrafo in cui nomi come Libia ed Eritrea appaiono di sfuggita. Si parla di vittorie effimere e sconfitte schiaccianti, che portano rassicurazione: sì, la colonizzazione c’è stata, ma è durata così poco, ci hanno cacciati subito, e soprattutto ormai siamo persone diverse. Ci siamo lavati le mani con l’acqua di colonia e ora siamo puri. Certo, però, che questi stranieri e immigrati sono davvero tanti… 

Acqua di Colonia, copione di Elvira Frosini e Daniele Timpano realizzato con la consulenza di Igiaba Scego, appare al Teatro Basilica di Roma e lascia un’impressione giusta e marcata. Un copione mordace, elegantemente arrabbiato e senza fronzoli, che con colpi di lama da maestro abbatte mostri sacri e convinzioni dell’italianità, della cultura pop e della musica. Le bastano due interpreti carichi e magnetici – sempre Frosini e Timpano – e pochi ma geniali trucchi di props e di attrezzatura di scena per portare alla vita una critica sociale bruciante e veramente scorretta, che non lascia scampo a nessuno. 

Frosini e Timpano si scambiano consigli e idee su come realizzare uno spettacolo dedicato al colonialismo, proiettando un immaginario slideshow di personaggi, figure popolari, spettacoli e scenari che tutti conoscono. Da Corto Maltese a Stanlio e Ollio – di cui imitano alla perfezione la cadenza – passando per mostri sacri della commedia come Gino Bramieri. Oppure Ugo Tognazzi e Gianni Agus, di cui citano più volte un celebre sketch: quello in cui un pittore viene ripetutamente importunato da un uomo nero – Tognazzi in blackface e costume di stracci – che gli chiede, con la parlata che si può immaginare, di inserire anche un angelo con la sua carnagione nella sua pala d’altare. La citazione appare numerose volte durante la pièce, martellante e giudicante. Dove sono le persone nere, nei media dell’Italia di oggi? Solo nelle lacrimevoli pubblicità di Save The Children e dell’Unicef, come bambini macilenti e seminudi che hanno bisogno di una mano bianca che li sfami? 

Cruciale è il ribaltamento di prospettiva sul monologo finale de La Mia Africa, pronunciato dalla “eroina romantica” Meryl Streep, ovvero Karen Blixen. Per una donna che ha passato diciotto anni della sua vita in “Africa” (leggasi in Kenya, presso le colline Ngong, a dieci chilometri dalla capitale Nairobi), a contatto con la popolazione locale, l’Africa rimane un terreno selvatico e incontaminato. Vede una giraffa, una luna distesa sul dorso; e poi, come in ordine di importanza, una popolazione fatta da “raccoglitrici di caffè” sudate e bambini che, nelle sue fantasie, dovrebbero dedicarle uno dei loro giochi. La rappresentanza nera nel film? Un leale servitore a cui, nel momento in cui deve vendere la sua tenuta, Karen sfila personalmente i guanti bianchi. 

Nemmeno l’icona del Risorgimento Giuseppe Verdi sfugge dalla meritata dissacrazione: quando si vede, probabilmente per la prima volta, quando grande fosse la distanza tra l’Egitto antico e quasi mitologico raccontato nell’Aida e quello effettivo e contemporaneo alla vita del suo autore. La vicenda della principessa etiope prigioniera e del suo amante egiziano racconta di un regno passato, che il compositore non conosceva e per il quale non aveva interesse. Aida non era scritto per gli egizi, e il pubblico presente alla sua prima non era egizio. 

L’approccio giustiziere di Acqua di Colonia avvolge ogni forma di intrattenimento, dalla supposta commedia di Topolino in Abissinia, canzone del 1936 in cui il testimonial della Disney si arruola volontario e dichiara allegramente di voler scorticare quanti più locali possibile, alla supposta elevazione intellettuale di Indro Montanelli, giornalista intellettuale e, per sua fiera ammissione, stupratore di una bambina eritrea, Destà, che gli era stata consegnata in base alla legge del madamato, e che egli chiamava “animalino docile”. 

Frosini e Timpano coinvolgono persino il pubblico, mettendolo in imbarazzo. E a ragione: le canzoni le conosciamo e cantiamo tutti – immancabile I Watussi, che sbuca tutt’oggi alle feste di compleanno – e il monologo de La Mia Africa fa piangere chiunque lo guardi. Nel frattempo, gli afro-italiani rimangono invisibili nei media italiani e la figura dell’immigrato è rinchiusa nei polverosi stilemi di odio di destra o pietismo di tenerezza. L’acqua di colonia non lava un bel niente: il colonialismo italiano continua. 

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Acqua di Colonia – scritto, diretto e interpretato da Elvira Frosini e Daniele Timpano – consulenza di Igiaba Scego – voce del bambino Unicef Sandro Lombardi – aiuto regia e drammaturgia Francesca Blancato – scene e costumi Alessandra Mascella e Daniela De Blasio – disegno luci Omar Scala – uno spettacolo di Frosini/Timpano – produzione Gli Scarti, Cataclisma teatro, con il contributo produttivo di Teatro della Tosse RomaEuropa Festival, Accademia degli Artefatti – con il sostegno di Armunia Festival Inequlibrio – Teatro Basilica, dal 19 al 23 febbraio 2025