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A chi ha fatto (fa) gioco tutto questo?


Caino e Abele diventano specchio di un Paese segnato dalla violenza: ‘Patria’ di Banfo

Il nostro piccolo Paese, la nostra Repubblica, ha spesso incontrato — e purtroppo continua a incontrare, seppur con modalità diverse rispetto al passato — minacce provenienti da una parte dello Stato che ha giurato fedeltà ai valori repubblicani e antifascisti della Costituzione, ma che in realtà sembra non tenerli in grande considerazione.

La cosiddetta strategia della tensione, iniziata con la strage di piazza Fontana a Milano nel 1969 e, come affermato poc’anzi (mi assumo la responsabilità di tale affermazione), attiva ancora oggi sebbene fisionomicamente mutata, ha portato sulle strade e nelle piazze dello Stivale una violenza sempre crescente. Una violenza — in molti casi neofascista — le cui implicazioni con quelle parti marce e traditrici dello Stato sono oggi comprovate dai documenti ritrovati o decriptati e oggi conservati in archivi consultabili anche online. Questa violenza ha più volte condotto a una destabilizzazione dello Stato e ha facilmente accompagnato diversi governi nel gioco illiberale dello stato d’eccezione, fatto di misure e operazioni straordinarie, che hanno alterato lo Stato di diritto.

Nel nome della sicurezza e della stabilità interna, anche in Italia si è assistito a una vera e propria caccia alle streghe nei confronti di chi lottava per i propri diritti. Risultava eversivo richiedere libertà e spazi sociali; risultava eversivo esprimere dissenso nei confronti del potere. Purtroppo, oggi c’è nuovamente questa tendenza. Differenti governi italiani hanno mostrato una forte avversione verso il dissenso e di fronte a esso, la risposta non si è mai fatta attendere: le forze di polizia — spesso il braccio violento dello Stato, in cui si annidano idee becere e reazionarie — protette dallo stato d’eccezione, hanno macchiato strade, marciapiedi, aule scolastiche e stazioni col sangue dei manifestanti feriti e caduti.

Negli anni, manifestazione dopo manifestazione, parte dello Stato ha spesso cercato l’incidente — e in molti casi lo si è simulato (non sono congetture: basta leggere un’agghiacciante intervista del 2008 a Francesco Cossiga) — per poter giustificare conseguentemente la dura e violenta repressione. La criminalizzazione del dissenso, prassi fin troppo normale, è stata attuata in modi differenti, più o meno occulti, per costruire un consenso docile e ubbidiente, pronto a incunearsi nelle strette vie tracciate dai decreti-legge, sempre più numerosi ai giorni nostri. Una tendenza pericolosa che, come osserva Agamben, svuota il Parlamento del suo potere legislativo, riducendolo a mero ratificatore. Come ci insegna Voltaire nel Candide, ou l’Optimisme, viviamo nel peggiore dei mondi possibili e l’uomo non fa che peggiorarlo con le proprie azioni. Di cosa dovremmo stupirci, allora, soprattutto noi, nella nostra sgangherata Italietta dai tanti nodi irrisolti? Eppure quei partigiani e non soltanto quelli comunisti, hanno lottato per un Paese libero, un Paese le cui basi democratiche fossero garantite dalla Costituzione. Un Paese in cui la libertà è stata riconosciuta anche a chi, durante la guerra civile, stava dall’altra parte e che, a partire dagli anni Sessanta, ha invece iniziato a rigurgitare la propria bile nera e illiberale. Una deriva che ha fatto leva su postulati demagogici, sulla pancia del popolo e sul suo appetito famelico di “sicurezza”, convincendolo che fosse necessario aumentare il controllo a discapito delle libertà. Un pensiero di destra, a cui il dissenso provoca l’orticaria, che si alimenta soltanto con la paura, una paura costante sia sul fronte interno che su quello esterno volta a produrre un nemico, una minaccia. 

Un preambolo ampio, forse tedioso, di certo non  del tutto indispensabile per introdurre Patria. Il paese di Caino e Abele, ma che, a parer mio, sembra inserirsi perfettamente in questo momento storico. Lo spettacolo, scritto e interpretato da Fabio Banfo con la regia di Giacomo Ferraù, parla proprio di questo: della strategia della tensione nel nostro Paese, degli attentati che lo hanno dilaniato, segnato. Una pièce che si affida a grandi metafore, a cominciare dal riferimento biblico all’episodio dei due fratelli, attraverso il quale si rintraccia il seme della violenza nell’atto omicida di Caino. Patria è un piccolo Paese in cui abitano due fratelli, Caino e Abele. È un agglomerato urbano che riflette, nel suo microcosmo, l’Italia e da cui si dipana l’intera narrazione, affidata alla voce di Abele. Un giorno Caino abbandona il Paese, sale su un treno e da quel momento scompare: sul convoglio avviene una deflagrazione, è la strage dell’Italicus del 4 agosto 1974. Da quel momento, Abele a cui è affidato anche il compito di portare avanti o indietro le lancette dell’orologio dell’Apocalisse, un ruolo che un tempo spettava a Caino, inizia a convincersi che il fratello sia ancora vivo e che debba, a tutti i costi, rintracciarlo. Tutto ciò avviene attraverso una narrazione costellata da personaggi differenti, istrionicamente interpretati dallo stesso Banfo.

La pièce ripercorre gli eventi più traumatici che hanno segnato il nostro Paese, da nord a sud, mutandolo irrimediabilmente e non in meglio: dal rapimento di Aldo Moro alla strage della stazione Bologna, dall’attentato a Giovanni Paolo II all’esplosione del rapido 904 Napoli-Milano, fino agli attentati mafiosi in cui persero la vita Falcone e Borsellino. Affronta, dunque, la storia del nostro Paese: l’eversione nera, il terrorismo delle Brigate Rosse, la collusione tra la mafia e quella parte marcia dello Stato che ha condotto alla morte di uomini delle istituzioni fedeli alla Costituzione e alla democrazia. È uno spettacolo in cui, accanto alla grande storia, viene intessuta la trama della microstoria: quella degli uomini e delle donne del quotidiano, di un immaginario luogo di provincia. La scena si presenta come un luogo in cui è esploso un ordigno: l’esperimento condotto dai due fratelli in gioventù, quando avevano creato e fatto deflagrare una bomba. A terra, mattonelle sconnesse e rotte, schegge di specchi che riflettono la luce sulle pareti. Alcuni oggetti sono sparsi confusamente: un megafono, una valigia, una bottiglia, un cappello e una sedia rovesciata sulle mattonelle, che ricordano quelle di un cucinino degli anni Cinquanta.

Abele progetta di andare alla ricerca del fratello, ma ogni suo piano si rivela destinato a fallire. Compie i suoi tentativi attraversando un Novecento complesso, pur restando sempre nel suo paese, tra grandi eventi della storia nazionale e vicende personali: dapprima fonda una scalmanata combriccola rivoluzionaria insieme ai suoi amici “speciali”; poi tenta un auto-rapimento ispirato alla vicenda Moro, per chiedere come riscatto la restituzione del fratello; infine inizia a lavorare per lo zio Licio, personaggio che fonde le figure di Licio Gelli e Luciano Liggio. Gli oggetti diventano elementi attraverso i quali lo spettatore immagina i personaggi interpretati da Banfo: la madre di Abele e dell’assente Caino, la barista del paese, il sindaco, i suoi amici “speciali”, la zia, dalle cui labbra escono soltanto parole piccolo-borghesi. Il reale nome dei due fratelli non viene mai rivelato allo spettatore: Caino e Abele sono soprannomi dati dall’intero paese dopo l’incidente che ha reso “scemo” Abele e di cui è stato accusato il fratello. Il ragazzo ormai divenuto adulto tenta di evadere dal paese, come gli aveva suggerito il maestro.

Un giorno sta per farlo insieme ai suoi amici speciali, ma arriva la notizia della morte della madre. Torna indietro e rimane solo nella casa che presto non sarà più sua, perché la zia ha deciso di venderla e di mandarlo in una struttura, essendo “speciale”. Anche il paese è ormai cambiato: la morte ha trascinato con sé il bar, l’alimentari e qualunque altra attività; ora c’è soltanto il grande supermercato e nessuno, dirigendosi verso questo, si saluta più. La modernità individualista ha cinto d’assedio Patria, Abele non ha più forze, è stanco, vuole solo ricongiungersi con il fratello. Allora apre il gas, nel cucinino della casa sua ancora per poco. Ed è allora che iniziano le visioni del fratello, del Papa che lo chiama a combattere contro il comunismo, prima che sopraggiunga il suo nuovo mondo, prima che il suo orologio scocchi la mezzanotte.

L’intento dello spettacolo non è scendere nel particolare di ogni avvenimento, ma è quello di accompagnare lo spettatore quasi in punta di piedi sull’uscio della nazione, affinché questi possa sbirciarci dentro rapidamente attraverso uno spaccato ampio e complesso. Patria. Il paese di Caino e Abele non ha in alcun modo la pretesa di raccontare filologicamente i fatti, ma vuole, con la sua originale drammaturgia e con la sua funzionale messa in scena, restituire la nebbia che li ha offuscati e che ancora li offusca, che li strumentalizza. “Nebbia” è infatti uno dei termini che più spesso ritorna nel corso dello spettacolo: quella nebbia che, grazie al lavoro di archiviste e archivisti, e grazie alla parte sana dello Stato, oggi tra molte difficoltà si dirada, anche se in molti altri ambiti continua a infittirsi. Tocca a noi, allora, far luce in mezzo a questa nebbia. 

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Patria. Il paese di Caino e Abele di Fabio Banfo – ideazione Fabio Banfo, Giacomo Ferraù e Giulia Viana – drammaturgia Fabio Banfo – regia Giacomo Ferraù – con Fabio Banfo – aiuto regia Giulia Viana – produzione Centro Teatrale MaMiMò / Eco di fondo San Pietro in Vincoli, Torino dal 30-31 gennaio 2026

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