Al Teatro Ghione il “dialogo costante” con la band è rimasto solo sulla carta.
Venerdì 16 ottobre il Teatro Ghione ha ospitato A Beatles’ Orchestra: Lennon & McCartney, tributo ai quattro di Liverpool firmato dalla formazione I Beatles a Roma insieme all’Orchestra Arios, diretta da Daniele Viri. Serata attesa, pensata per cantare a gran voce Hey Jude o A Hard Day’s Night, che offre però anche un secondo motivo d’interesse nell’organico schierato sul palco: una band di cinque elementi, con due chitarre, basso, tastiera e batteria, affiancata da un’orchestra di quasi trenta musicisti. Una formula che negli ultimi anni si sta diffondendo soprattutto tra i tributi, e che rimanda a una domanda precisa: come convivono due organici così distanti, e quale scrittura d’arrangiamento è stata pensata per tenerli insieme lungo un repertorio che attinge ai Beatles e ai due autori da solisti.
Purtroppo la simbiosi tra band e orchestra, aspetto di maggiore interesse della serata, è stata impossibile da percepire ieri sera, anche solo da cogliere all’ascolto. La batteria e la tastiera in particolar modo, ma anche le chitarre, hanno sovrastato quasi totalmente il lavoro dell’orchestra, annullando qualsiasi possibilità di sentire gli archi se non in rari passaggi, quando la band stava ferma. I momenti si possono elencare con precisione: nella prima parte l’unico episodio in cui si poteva apprezzare l’orchestra è stato Yesterday, quando la band si è fermata; nella seconda, leggermente, su The Long and Winding Road, e poi in Yellow Submarine, lasciata totalmente all’orchestra e accompagnata dalla sola batteria, passaggio in cui l’orchestra è ritornata finalmente protagonista. Il resto del concerto ha visto il lavoro orchestrale coperto dalla band, con l’equilibrio sonoro sempre sbilanciato a favore della batteria, tastiera e chitarre, e gli archi relegati ai margini dell’ascolto.
È andata leggermente meglio agli ottoni, che nel corso del concerto hanno conquistato qualche momento di gloria in più rispetto agli archi e hanno dato il meglio di sé proprio in Hey Jude. Una magra consolazione rispetto alle aspettative con cui si era arrivati in sala, tanto che nei momenti di silenzio qualcuno, dalla propria poltrona, si è prodigato a gridare “non si sentono i violini”, a sintesi dello squilibrio sonoro che ha segnato la serata. Resta la performance della band, unico elemento giudicabile a questo punto, riuscita tutto sommato: un buon arrangiamento dei brani in scaletta e una buona prova vocale da parte del cantante Simone Mariani, insieme a Francesco Luz e Matteo Palladini. Ne è uscita una serata certamente godibile, anche e soprattutto grazie al repertorio portato in scena, la grande musica dei Beatles, che accomuna e accompagna diverse generazioni. Nonostante il timore iniziale, sul bis il pubblico, e con esso l’orchestra, si è alzato a cantare e a ballare insieme, a conferma della forza di quelle canzoni.
Apprezzabile, nel complesso, il lavoro sulle luci e sulle proiezioni. Il light design ha sviluppato un progetto che richiama i grandi concerti pop e lo ha calato, con esito convincente, in un teatro delle dimensioni del Ghione, dando vita a suggestione, sospensione e atmosfere ben calibrate. Sul versante video, efficace la scelta di tre maxischermi: ai lati i quattro ragazzi di Liverpool, al centro una successione di videoclip, riprese in studio e fotografie, dalle immagini più iconiche ai materiali d’archivio. Questo repertorio visivo e fotografico si è alternato a proiezioni di animazioni dedicate ai Beatles, dal taglio eccentrico, che spaziavano da animazioni vicine all’estetica della Wii alle versioni cartoon dei quattro musicisti, un intermezzo di tono divertente nel percorso per immagini della serata.
Ne è risultata un’esperienza d’ascolto monca, privata di ciò che rendeva davvero interessante il progetto: il dialogo tra band e orchestra. Nonostante la suggestione delle luci e delle proiezioni e la riuscita complessiva della band, il concerto si è ridotto, di fatto, a una sequenza di cover dei Beatles eseguite con cura, priva del valore aggiunto promesso dall’organico schierato in scena. Restano il repertorio, che accomuna generazioni diverse, e un bis cantato e ballato in piedi da pubblico e orchestra.
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A Beatles’Orchestra: Lennon & McCartney – I Beatles a Roma: chitarra e voce: Simone Mariani e Francesco Luz; basso e voce: Matteo Palladini; tastiere: Manuel Murgano; batteria e percussioni: Francesco Pradella – Orchestra Arios, diretta dal maestro Daniele Viri – 16 ottobre 2026 ore 20:30, Ghione – Teatro Roma





