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L’amore, il dolore, l’infinito: a Teatrosophia va in scena l’umano

Gianni De Feo inaugura la stagione dello spazio romano, con un’opera potente, complessa e senza sconti

Aprire una stagione teatrale non è mai un’impresa semplice, ma a Teatrosophia l’asticella delle aspettative viene posta sempre molto in alto. Per l’inaugurazione del cartellone 2026-2027, Gianni De Feo ha firmato e interpretato, nella serata dello scorso primo ottobre, uno spettacolo viscerale e di grande ambizione, Senza Fine – Quando i poeti cantano, concepito attorno a un dialogo serrato tra la parola poetica recitata e la grande canzone d’autore europea.

Gianni De Feo

Fin dalla scelta del titolo si avverte un elegante gioco di citazioni: quel “Senza Fine” strizza chiaramente l’occhio a un altro grande poeta della nostra musica, Gino Paoli. La sua celebre canzone, tuttavia, non viene mai eseguita sul palco: resta un’evocazione puramente ideale, una presenza sottile che aleggia in sala e definisce l’orizzonte dello spettacolo, suggerendo che il sentimento e l’arte continuano a scorrere ben oltre i confini del tempo e della scena.

Il pubblico che ha gremito la sala di Teatrosophia, capisce fin da subito che non si troverà davanti al classico concerto con intermezzi parlati. Il nucleo concettuale dell’opera risiede nella sua architettura drammaturgica: i capitoli che scandiscono la pièce non si riducono a una semplice suddivisione della scaletta, ma finiscono per segnare e rispecchiare i capitoli stessi di un’intera esistenza umana, con tutte le sue inevitabili e complesse vicissitudini. Dalla claustrofobia dell’isolamento iniziale alla denuncia delle ingiustizie storiche, dalla passione travolgente alla patologia dell’assenza, fino a giungere alla fragilità del corpo e alla rigenerazione finale, lo spettacolo accompagna lo spettatore lungo una vera e propria parabola della vita. A fare da filo conduttore i versi di Roberto Rinaldi, diffusi in voce fuori campo, un’eco interiore sui quali De Feo inserisce la sua presenza scenica e vocale.

È una vera traversata nella musica d’autore europea, con un tappeto musicale di Adriano D’Amico che firma tutti gli arrangiamenti: si parte dalla Berlino buia e inquieta del 1933, tra i cabaret spazzati via dal nazismo e il ricordo di Marlen Dietrich, per poi tuffarsi nel teatro epico e dissacrante di B. Brecht e K. Weill, fare tappa nella chanson francese tra passioni malate e ricordi di gioventù, fino ad approdare al nostro cantautorato più nobile, da F. De André a L. Tenco, passando per Vinicius de Moraes e Mia Martini. Su quesiti arrangiamenti De Feo non si accontenta di fare delle semplici cover. Prende brani famosissimi e ne smonta i tempi, rallenta la melodia, lavora sulle pause e sulle inflessioni della voce. Il risultato è che le parole tornano in primo piano con tutta la loro carica poetica originale. Ascoltare la sua versione della Canzone di Marinella fa un effetto strano: non si canticchia un classico, ma si ascolta la tragedia di una ragazza restituita alla dignità del mito.

In questo percorso musicale, l’artista si muove con padronanza e virtuosismo tra l’italiano, il francese e il tedesco. In questa scelta linguistica, tuttavia, potrebbe insinuarsi un ostacolo per la fruizione dello spettacolo: il colto nomadismo tra lingue e stili richiede al pubblico una minima preparazione specifica e presuppone la conoscenza degli autori, dei poeti e dei cantori citati. In mancanza di tale preparazione, il rischio è di non apprezzare in tutta la sua ricchezza il grande e meticoloso lavoro drammaturgico realizzato, ma come si è detto all’inizio, l’asticella di Teatrosophia si alza ogni anno di più e questo è un valore aggiunto per il pubblico.

Se la lingua francese, indubbiamente più familiare al pubblico, unita alla scelta di brani celebri e viscerali, riesce a fare immediata breccia nel cuore della sala, creando un contatto caldo e partecipato, i brani in lingua tedesca risultano più ostici alla comprensione. Fa eccezione il trascinante quadro di apertura ambientato, come detto,  a Berlino del 1933 che conquista subito la scena; ma gli altri brani in tedesco, seppur di altissima levatura poetica e civile, faticano a trovare lo stesso riscontro immediato e probabilmente non beneficiano del medesimo gradimento da parte del pubblico meno avvezzo a quel repertorio.

Dal punto di vista dell’allestimento, lo spazio intimo di Teatrosophia viene valorizzato da una scenografia essenziale, quasi spartana: pochissimi elementi: dei cubi per la seduta, un tavolino, una sedia e un disegno luci di notevole precisione. Particolarmente efficaci risultano le proiezioni in video-morphing sullo sfondo, di fronte alle quali De Feo mostra un’intelligenza scenica non comune, defilandosi lateralmente e lascia che le proiezioni respirino, regalando allo spettatore veri e propri quadri visivi in movimento.

Tra i momenti visivamente più potenti spicca l’esecuzione di Je suis malade, dove l’attore, seduto con un drappo rosso calato sugli occhi, trasforma il palco nella rappresentazione plastica della cecità dell’ossessione amorosa.

Negli ultimi quadri dello spettacolo, l’ingresso di Maria Concetta Borgese impreziosisce notevolmente la pièce, portando sul palco una grazia gestuale e un contrappunto fisico capaci di sciogliere le tensioni accumulate e di donare forma visibile al riscatto dell’arte sulla morte.

Maria Concetta Borgese, Gianni De Feo

Se proprio si vuole trovare una piccola sbavatura, l’uso dell’amplificazione e del microfono è parso persino superfluo: la presenza e l’estensione di De Feo sono tali che una resa del tutto acustica avrebbe probabilmente regalato un brivido ancora più autentico e viscerale. Senza Fine si conferma un’opera densa e senza sconti. Pur imponendo una soglia d’ingresso culturale non indifferente per lo spettatore, lo spettacolo regala momenti intensi, ricordando che la poesia rimane l’unico baluardo capace di rendere l’umano dolore un’esperienza senza fine.

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Senza Fine – Quando i poeti cantano, Scritto e interpretato da Gianni De Feo, testi poetici di Roberto Rinaldi, arrangiamenti musicali Adriano D’Amico, produzione Florian Metateatro. in copertina Gianni De Feo, Roma – Teatrosophia dall’ 1 al 4 ottobre 2026

Foto ©Grazia Menna

(all rights reserved – normativa sul Diritto d’ Autore Legge 22 aprile 1941. n.633)

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